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Giustizia Tributaria

Se il Fisco controlla anche quanto shampoo utilizziamo

«Un salone di bellezza, parrucchiere e barbiere veniva attinto da un accertamento del fisco perché i redditi dichiarati erano estremamente esigui rispetto al consumo di shampoo annuale»

Se il Fisco controlla anche quanto shampoo utilizziamo

Il quantitativo di shampoo utilizzato in un salone di parrucchiere è, per il Fisco, il “metro di misura” dei ricavi realizzati. E poiché è stata ritenuta legittima tale metodica di accertamento analitico-induttivo, il contribuente deve fornire la prova contraria per superare la presunzione dell’Agenzia delle Entrate.

Un salone di bellezza, parrucchiere e barbiere veniva attinto da un accertamento del fisco perché i redditi dichiarati erano estremamente esigui rispetto al consumo di shampoo annuale. L’Agenzia delle Entrate procedeva cioè allo “shampometro”, ritenendo non convincente la scarsa redditività dell’impresa, a fronte di consistenti liquidità in cassa, nonché restituzioni “in contanti” di asseriti prestiti fatti dai soci in fase di costituzione della società. La s.r.l. proponeva ricorso davanti ai giudici tributari che tuttavia ritenevano assente la prova dell’erroneità del metodo di calcolo dell’Ufficio e confermavano la legittimità dell’accertamento. Con ricorso in appello la srl eccepiva la mancanza di motivazione, “tanto stringata da risultare inesistente” e comunque basata su mere presunzioni. Ed inoltre la contribuente contestava l’utilizzazione dello shampometro perché non venivano considerati l’autoconsumo, il sapone neutro utilizzato nei bagni e le scorte riportate nell’anno successivo. E comunque, per la contribuente, il reddito imponibile dichiarato doveva ritenersi congruo tenuto conto delle ore lavorate.

Per i giudici tributari (CTR Lazio Sent. 2684/21) l’appello è infondato e la sentenza impugnata era adeguatamente motivata. L'accertamento analitico – induttivo secondo la CTP «è correttamente attivato in base all'anomalia dell'esercizio imprenditoriale: estrema esiguità di redditi e di utili a fronte del rilevante (per un esercizio di parrucchiere) monte ricavi (16.436 a fronte di ricavi per euro 197.416,00)». Il Fisco «ha dedotto i maggiori ricavi da una rilevazione fattuale del consumo di una materia prima come, nel caso, lo shampoo. Tale metodo è analogo a quello del c.d. "tovagliometro" (il numero dei tovaglioli utilizzati dal ristoratore) che la Cassazione ha più volte ritenuto idoneo e legittimo (da ultimo Cass. 6058/2020)». Anche nel secondo grado di giudizio secondo la CTR «la società contribuente non ha evidenziato “fatti”, intesi in senso “oggettivo”». Tali non potendosi considerare, «“circostanze secondarie”, come l'autoconsumo o il consumo di sapone neutro (ma qui si è utilizzato come parametro lo shampoo) per l'igiene delle mani, o disomogenee, come il numero di ore lavorate registrate». Per questi motivi i giudici tributari hanno rigettato l’appello.

Per i giudici, insomma, non sono stati addotti dalla contribuente “fatti” oggettivamente considerati che potessero confutare la presunzione dell’amministrazione finanziaria. Sono invece stati ritenuti sufficienti gli elementi meramente presuntivi, e se vogliamo congetturali, posti a base del recupero. Senza cioè ulteriori riscontri da parte del Fisco da cui potessero emergere significativi indicatori di capacità contributiva e/o incrementi patrimoniali in capo anche ai soci. Non è nemmeno possibile conoscere dalla sentenza se l’attività risultava congrua e coerente in base agli studi di settore, o se sono stati parametrati altri costi per appurarne la coerenza e l’economicità. Il che avrebbe quantomeno potuto orientare il percorso logico deduttivo dei giudici e aprioristicamente la ricostruzione induttiva di redditività.

Insomma, sembra non si sia tenuto conto delle rimanenze iniziali e finali in magazzino, degli acquisti, degli sfridi, dei cali e dispersioni del prodotto, nonché della possibilità dei “doppi” o “tripli” lavaggi di capelli per elevare la qualità del servizio o per effetto delle caratteristiche tipologiche dei prodotti. E tanto a voler sottacere della estrema varietà di prodotti (shampoo, balsamo, ecc.) che possono essere usati simultaneamente, anche con miscele, e che precluderebbero una ricostruzione induttiva dei ricavi verosimile come quella oggetto della sentenza in commento. Nemmeno risultano esibiti, quali elementi probatori indizianti, le dichiarazioni sostitutive di atto notorio sotto responsabilità penale. Analogo discorso potrebbe difatti farsi per il “tovagliometro”, metodo di accertamento presuntivo a carico dei ristoratori che si basa sul consumo unitario dei tovaglioli utilizzati. L’assioma: 1 tovagliolo = 1 coperto, al netto dei cambi di tovaglioli per lo stesso cliente, non è affatto realistico. È utile quindi addurre valide controprove alla presunzione del fisco e a nostro avviso anche “fatti notori” nell’accezione contenuta dall’art. 115 c.p.c.. L’inesistenza di tali ulteriori riscontri, comparazioni ed indagini minano alla radice il principio costituzionale della capacità contributiva.

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