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L'intervista

Damiano: «Cassa Covid e blocco dei licenziamenti si prosegua per altre otto settimane»

Damiano: «Cassa Covid e blocco dei licenziamenti si prosegua per altre otto settimane»

«Ingiuste le polemiche contro Orlando, il provvedimento può essere ancora migliorato»

30 Maggio 2021

Leonardo Petrocelli

Qualcosa si muove con il nuovo decreto Recovery ma al centro del dibattito resta, ingombrante come un macigno, il nodo dei licenziamenti. Il combinato disposto fra cassa integrazione e blocco, cioè fra le due misure che hanno finora impedito il precipitare della catastrofe sociale, ha trovato la sua definizione in una intesa che però lascia tanti insoddisfatti, a cominciare dei sindacati, per il mancato prolungamento dello «stop» all’estate. Tra le voci critiche c’è anche quella di Cesare Damiano, già deputato e ministro del Lavoro, oggi presidente dell’associazione Lavoro&Welfare.

Presidente Damiano, come valuta la mediazione che si è trovata su cassa integrazione e licenziamenti?
«Innanzitutto, ho trovato spropositata e fuori luogo la polemica che ha colpito il ministro Andrea Orlando. La proposta di un prolungamento del blocco dei licenziamenti fino ad agosto, cioè di appena due mesi, era una proposta assolutamente sensata e a mio avviso necessaria»

Ma non è passata...
«Si sono levati degli scudi in modo non meditato ma pregiudiziale e tuttavia rimane il fatto che l'intesa trovata possa essere ulteriormente migliorata in sede parlamentare. A mio avviso, le tutele destinate a imprese e  lavoratori nel passaggio dalla crisi alla ripartenza devono essere come un abito su misura. Un accompagnamento graduale e non una cesura perché una brusca interruzione potrebbe esporci ad un rischio di tsunami occupazionale. Lo ha rilevato anche la Conferenza episcopale italiana suggerendo saggiamente  di non chiudere l’ombrello all’improvviso»

In concreto qual è la sua idea?
«In tutto questo periodo lo scambio è stato semplice: da un lato lo Stato ha assicurato la cig Covid gratuita, dall'altro le imprese, in cambio, hanno accettato il blocco dei licenziamenti. Prorogare blocco e cig Covid di altre otto settimane a partire dal primo luglio equivale a una spesa inferiore al miliardo, una cifra assolutamente compatibile con la massa di risorse fin qui mobilitate. L’iniziativa assumerebbe anche un grande significato sociale. Personalmente, ho sempre creduto all’allineamento e alla sincronia tra questi provvedimenti»

C’è stato uno squilibrio nella distribuzione delle risorse in questi mesi di pandemia?
«Conti alla mano, analizzando tutti i provvedimenti messi in campo e utilizzando le categorie concettuali adottate dal Mef, tra interventi, manovre e decreti al titolo “imprese” sono andati più di 108 miliardi, al titolo “lavoro” poco più di 37 di cui 20 di cassa Covid. Questa cifra potrebbe essere ulteriormente ritoccata per garantire a tutti un passaggio tranquillo e non traumatico, una sorta di ponte di collegamento tra crisi e ripartenza».

La cassa integrazione è comunque in diminuzione come certificano anche le vostre rilevazioni.
«Non c'è dubbio. Negli stessi mesi dell'anno scorso eravamo in pieno boom pandemico e quindi oggi, rispetto ad allora, si registra un calo del 76%. Se aggiungiamo che i mesi di luglio e agosto offrono possibilità sostitutive, come le ferie, prolungare la cassa non dovrebbe risultare particolarmente complesso, a meno che non si abbiamo delle pregiudiziali ideologiche».

C’è chi obietta che, finora, i diversi esecutivi che si sono avvicendati hanno messo in campo misure più che altro difensive, senza  concentrarsi all'avviamento. Concorda?
«Storicamente in Italia è più semplice procedere con la tutela passiva piuttosto che con quella attiva, soprattutto dopo l'indebolimento dei centri per l'impiego. Mi sembra però che il ministro Orlando stia lavorando bene. Penso all'abbassamento fino ai 100 dipendenti del contratto di espansione o alla nuova forma di contratto di solidarietà per chi riduce l’attività senza ricorrere alla Cig. È un’azione che si muove su un doppio registro: tracciare un nuovo orizzonte e intervenire sull'emergenza mentre è aperto il tavolo degli ammortizzatori sociali. Noi abbiamo bisogno di una spinta occupazionale ma perché questa sia efficace serve un ripresa dell'economia. Se non c'è lavoro non c’è occupazione».

Altra obiezione, questa volta di matrice liberista: togliere il blocco è l'unico modo per misurare concretamente lo stato della nostra economia e programmare la ripartenza. Che ne pensa?
«Diciamo che di macellai sociali ne abbiamo avuti tanti e non vedo perché dovremmo aggiungerne di nuovi. Dopo la crisi del 2008 si è scatenata una ventata di turboliberismo incentrata solo sul rigore di bilancio e mai attenta al carattere sociale degli interventi, come ben sa il Sud dell'Europa, dalla Grecia al Portogallo, che ha pagato sulla propria pelle questo tipo di politiche. Mi viene in mente il comico Ettore Petrolini: “I soldi bisogna prenderli dove ci sono. Dai poveri, perché è vero che ne hanno pochi ma sono tanti”. Ecco, se qualcuno è disposto a lasciare per strada milioni di disoccupati solo per vedere dove sono le maggiori criticità, dico che questo ragionamento mi fa ribrezzo. Il mio è opposto»

In un’ottica redistributiva la convince la proposta di Letta su una tassa di successione il cui ricavato sia destinato ai giovani?
«Inizierei con una citazione che potrebbe sembrare ottocentesca e marxista e invece è novecentesca e liberale. Di Luigi Einaudi, per l’esattezza, che così si espresse nel 1946: “L’imposta di successione ha la caratteristica di essere pagata non da chi ha creato con il proprio lavoro il patrimonio, ma da chi lo riceve”. Le tasse non sono tutte uguali e in questo caso non si tratta di un aumento indiscriminato ma di un intervento mirato e chirurgico, legato a un obiettivo specifico. Draghi si è detto disposto ad inserire questo ragionamento in un disegno complessivo di riforma del fisco. Alla fine, serve solo un po' di buon senso».

Infine, quanto pesano, secondo lei, ampiezza e litigiosità della maggioranza nel cammino delle riforme sociali?
«Sicuramente il lavoro è terreno di scontro. La buona proposta del ministro Orlando è stata attaccata selvaggiamente da parte della Lega e c'è voluta non poca fatica per togliere l’appalto al massimo ribasso che io ho definito un cancro da estirpare. Quando l'offerta è inferiore al 50% è inevitabile che le tutele saltino, che il lavoratore sia pagato in tutto o in parte in nero, che la concorrenza sia sleale. Senza dimenticare la mano della malavita: massimo ribasso e riciclaggio di denaro vanno a braccetto. Questo era un esempio ma, di fatto, lo scontro si articola su tanti piani diversi. Mi auguro solo che, alla fine, si possa varare il superamento di un modello basato solo sul mercato per un paradigma che abbracci non solo compatibilità ambientale e innovazione ma anche la persona, la ricostruzione della comunità e di quei diritti di cui abbiamo fatto scempio».

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