Giovedì 13 Maggio 2021 | 01:44

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Impossibilità di rispettare impegni, consegne e scadenze pattuite. Come gestire le inadempienze dovute alle disposizioni restrittive in materia di Covid 19?

L’obbligo di restare in casa o di fermare determinate attività nel rispetto misure di sicurezza può essere fatto valere come causa di forza maggiore e può consentire, a chi non ha potuto rispettare gli impegni assunti, di evitare il pagamento di risarcimenti, penali e indennizzi

Il riconoscimento dello “stato di pandemia” da parte dell’OMS ha determinato importanti effetti, sul piano giuridico ed economico, nei rapporti contrattuali, potendosi configurare varie ipotesi di inadempimento per impossibilità sopravvenuta, eccessiva onerosità sopravvenuta, forza maggiore e factum principis.

Il Decreto Cura Italia dello scorso 17 marzo 2020 ha stabilito, sin da subito, che il rispetto delle misure emergenziali di contenimento da Covid-19 “è sempre valutato ai fini dell’esclusione, ai sensi e per gli effetti degli articoli 1218 e 1223 del codice civile, della responsabilità del debitore, anche relativamente all'applicazione di eventuali decadenze o penali connesse a ritardati o omessi adempimenti”.

In altre parole, l’obbligo di restare in casa o di fermare determinate attività nel rispetto misure di sicurezza può essere fatto valere come causa di forza maggiore e può consentire, a chi non ha potuto rispettare gli impegni assunti, di evitare il pagamento di risarcimenti, penali e indennizzi, purché il mancato adempimento sia determinato esclusivamente dalle dette misure emergenziali.

In linea di principio, ai sensi dell’art. 1218 c.c.: “Il debitore che non esegue esattamente la prestazione dovuta è tenuto al risarcimento del danno, se non prova che l'inadempimento o il ritardo è stato determinato da impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile”.

Il debitore può quindi sempre essere esonerato da responsabilità per l’inadempimento o il ritardo nella prestazione laddove ne dimostri l’impossibilità a lui non imputabile. Peraltro l’impossibilità non rileva nel caso in cui l’evento che l’ha determinata sia prevedibile al momento dell’assunzione dell’obbligazione ovvero nel caso in cui il debitore non abbia esperito tutti i rimedi volti ad evitare o superare l’impossibilità.

In altre parole l’impossibilità, per poter rilevare ai fini dell’esclusione della responsabilità del debitore, deve essere oggettiva, imprevedibile, assoluta e insuperabile.

Trattando ora in modo specifico le conseguenze delle misure restrittive adottate a causa della pandemia da Covid19, vediamo che queste possono configurare un’ipotesi di impossibilità oggettiva derivante da c.d. “factum principis”, ossia il sopravvenuto atto della pubblica autorità che renda, appunto, impossibile la prestazione; in questo caso l’inadempimento deve derivare proprio dalle misure autoritative di contenimento della pandemia e non dalla pandemia in sé (come sarebbe se un fornitore dimezzasse la produzione a causa della malattia dei propri lavoratori).

Bisogna però distinguere.

Nei contratti già stipulati alla data di entrata in vigore delle misure restrittive, queste ultime possono legittimamente determinare un caso di “oggettiva impossibilità della prestazione” e quindi di giustificato inadempimento. Generalmente, infatti, le clausole di forza maggiore (che contengono una definizione e/o una elencazione delle circostanze che si intendono considerare di forza maggiore) producono l’effetto che al di fuori dei casi elencati in contratto la forza maggiore non possa essere invocata…a meno che l’evento non derivi appunto da “factum principis”.

Invece, per i contratti conclusi, modificati o rinegoziati successivamente all’entrata in vigore delle misure restrittive, quindi anche nell’attuale periodo, le misure ormai in vigore non potranno mai essere fatte valere come causa di impossibilità sopravvenuta della prestazione; pertanto a maggior tutela delle parti sarà opportuno prevedere nel testo contrattuale apposite pattuizioni volte a disciplinare le sopravvenienze, le difficoltà ed i possibili impedimenti cui le parti potrebbero incorrere nell’esecuzione del contratto.

In conclusione, per i contratti ancora in corso, escludendo quei contratti la cui esecuzione sia divenuta fin d’ora materialmente impossibile nella sua interezza,o illecita, il principio di buona fede sancito dall’art. 1375 c.c. impone alle parti che, laddove possibile, la risoluzione del contratto debba essere considerata come extrema ratio, essendo preferibile, piuttosto, rinegoziare i termini e le condizioni convenute al momento della stipula del negozio per riequilibrare il sinallagma contrattuale, garantendo la conservazione nel tempo degli effetti del contratto di durata, in conformità alla causa contrahendi.

Per i futuri contratti, invece, ove non fosse già prevista, è consigliabile prevedere espressamente una clausola di “force majeure” la quale in senso lato contempli anche l’ipotesi di epidemie e/o pandemie e una clausola c.d. di “hardship” che contempli opzioni per la rinegoziazione oppure lo scioglimento del contratto nel momento in cui l’esecuzione del contratto stesso diventi eccessivamente onerosa.

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