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Pandemia e reati: il caso delle mascherine protettive

Spetta alla Cassazione il compito di stabilire quando la vendita di questi dispositivi possa ritenersi un reato

Coronavirus a Bari, la denuncia dei medici: «Noi senza mascherine». Dormitori per senza tetto aperti h24

L’emergenza pandemica ha avuto un impatto dirompente in tutti gli ambiti del contesto sociale in cui viviamo. Dai cambiamenti che ne stanno derivando, di sicuro non è risultato esente il piano del diritto penale: l’esame del panorama giurisprudenziale attuale, infatti, dimostra come l’avvento del Covid-19 abbia comportato l’emersione di nuovi reati o, meglio, di nuove modalità di commissione di fattispecie già previste dal nostro ordinamento.

Un episodio delittuoso che appare sempre più frequente riguarda l’ipotesi di frode nella vendita di mascherine protettive. Non può sorprendere che proprio questo settore abbia creato opportunità criminose: l’indisponibilità di strumenti in grado di proteggere le vie respiratorie ha costituito la problematica principale della fase iniziale dell’emergenza sanitaria e l’esigenza di reperirli ha creato un mercato del tutto nuovo, che in breve tempo ha attratto un numero elevatissimo di operatori. In aggiunta a ciò, deve considerarsi che per facilitare il reperimento delle mascherine il Governo ha previsto una normativa d’emergenza che derogava alle procedure di rilascio del marchio di garanzia CE, sostituito provvisoriamente da un’autocertificazione a firma del produttore o dell’importatore.

È così accaduto che si siano moltiplicate le ipotesi di introduzione in commercio di mascherine non conformi ai necessari requisiti di qualità o, in alcuni casi, persino contraffatte. In questo contesto, alla Cassazione è spettato il compito di stabilire quando la vendita di questi dispositivi possa ritenersi un reato.

La principale fattispecie che viene in rilievo è quella di “frode nell’esercizio del commercio” (art. 515 c.p.), che punisce chi, nell’ambito di un’attività commerciale, consegna all’acquirente un bene che da differisce, per origine, provenienza, quantità o – ed è quello che più interessa – qualità, da quello pattuito. In altri termini, la frode in commercio sanziona quelle pratiche commerciali sleali costituite dalla consegna al compratore di un qualcosa che non corrisponde, nelle sue caratteristiche, all’oggetto del contratto.

Altra fattispecie rilevante è la truffa (art. 640 c.p.), nella sua forma ‘contrattuale’, che sanziona chi, tramite un raggiro (ossia un’attività ingannevole) induce la vittima a stipulare un contratto che, in assenza dell’inganno, non avrebbe concluso. Il confine tra le due ipotesi di reato appare sottile e, secondo la giurisprudenza di legittimità, risiede proprio nel comportamento ingannevole del reo: vi è truffa quando il raggiro risulta determinante per la stipula del contratto; viceversa, si configura la frode in commercio se il contratto viene sottoscritto liberamente tra le parti e l’attività criminosa si limita alla sostituzione della cosa oggetto di consegna.

Potrà quindi parlarsi di truffa qualora la vendita delle mascherine sia preceduta da un’attività di contraffazione di dati, marchi e certificazioni, tali da convincere la vittima che il prodotto abbia delle qualità, di cui in realtà è privo. Si tratterà di frode in commercio, invece, quando dopo la sottoscrizione di un contratto per l’acquisto di un determinato tipo di mascherina, il venditore consegni un prodotto non conforme all’accordo.

La differenza, labile in astratto, si comprende nel concreto dato che, per la fornitura (all’ingrosso) di questi prodotti, spesso accade che tra la stipula del contratto e il momento della consegna trascorra un periodo di tempo piuttosto ampio. In questo senso, la frode in commercio è la fattispecie che meglio si adatta alle caratteristiche del caso.

Un primo criterio per la configurabilità del reato è stato stabilito dalla Cassazione con due recentissime pronunce. In un primo caso, la Corte ha ritenuto corretta l’ipotesi accusatoria, in relazione ad un lotto di mascherine consegnate in confezioni su cui era stampato il marchio CE, non presente invece sui singoli dispositivi, privi in realtà di tale standard di qualità. In una vicenda in cui la conformità CE non era riportata né sui dispositivi né sui documenti commerciali, la Cassazione ha invece escluso la sussistenza del reato, ritenendo improbabile che i clienti – tra l’altro operatori del settore – potessero non accorgersi del tipo di mascherine fornite.

Secondo la Cassazione, dunque, non vi è reato quando la diversità del bene consegnato rispetto a quello pattuito non venga nascosta dal venditore, emergendo invece “alla luce del sole”. In tal caso, potrà parlarsi di violazione degli obblighi contrattuali, ma non di fatti penalmente rilevanti. Ovviamente, si tratta solo di un primo arresto della giurisprudenza su una materia in continuo divenire. È dunque legittimo attendersi ulteriori pronunce.

CLICCA QUI PER LEGGERE LE SENTENZE:

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/userUpload/2_Cass_Pen_06112020_dep_16032021_n_10129.pdf

https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/userUpload/3_Cass_Pen_20102020_dep_12022021_n_5607.pdf 

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