Sardegna, un flop anche il referendum sull'«importazione» dei rifiuti

CAGLIARI - Doppia consultazione e doppia sconfitta dei referendari in Sardegna: vince l'astensione sulla procreazione assistita e la deriva del non voto trascina fuori dal quorum anche il quesito regionale sull'importazione dei rifiuti industriali, affossando le 16 mila firme raccolte dal comitato promotore per l'abrogazione della legge n.8 del giugno 2001. La maggioranza di centrosinistra promette che l'Isola non si trasformerà in una «pattumiera» di scorie extra-regionali e che la spinosa questione del lavoro coniugato allo sviluppo sostenibile verrà presto regolata da una legge ad hoc dell'Assemblea sarda.
Se il referendum, infatti, è stato bocciato dagli elettori - la percentuale dei votanti si è fermata al 26,49 contro il 33,33 più uno necessario per la validità -, il nodo dell'arrivo in Sardegna di rifiuti da utilizzare come materie prime nei processi industriali delle aziende dell'Isola è tutt'altro che sciolto. Con un tasso di disoccupazione che sfiora il 18%, la Sardegna non può permettersi di arretrare ancora sul fronte del lavoro. Ma è altrettanto indiscutibile che è sulla tutela dell'ambiente che la regione si gioca le sue prossime chance di sviluppo.
La campagna referendaria è stata aspra, e non poteva essere diversamente, tanto più che il territorio investito dai possibili effetti del referendum è quello del Sulcis, già falcidiato dalla crisi industriale: qui ha sede la Portovesme srl, l'azienda che lavora i fumi di acciaieria (le cosiddette scorie importate) per produrre piombo e zinco, e che ha minacciato la chiusura con l'espulsione di 1500 lavoratori in caso di vittoria dei sì. Ed è lo stesso territorio che ha già pagato un prezzo pesante in termini ambientale, ma anche di salute dei cittadini, per il suo passato minerario, per la presenza di industrie potenzialmente inquinanti e la concentrazione di servitù militari - con in testa il Poligono di Capo Teulada - ora al centro di un braccio di ferro tra la Regione e il Governo.
Una miscela "esplosiva" che il referendum, forse, non poteva depotenziare e che adesso ha accelerato - paradossalmente proprio per il fallimento del quorum -, quel processo politico, di "governo" dello sviluppo sostenibile che per la Sardegna del futuro non può più essere uno slogan. Su questo concordano maggioranza e opposizione, sindacati e industriali, che per la prima volta, in questa tornata elettorale, si sono trovati uniti sul fronte del no: certo le ricette sono differenti, ma il confronto è aperto e le soluzioni, seppur mediate, dovranno essere condivise.
Chi non crede ai compromessi è Bustianu Cumpostu, "irriducibile" leader indipendentista di Sardigna Natzione, tra i promotori del referendum abrogativo. «Hanno vinto i poteri forti - denuncia -, la lobby economica sindacale e industriale, insomma il business che sta dietro allo smaltimento di scorie camuffate da materie prime. Ma noi - promette - non ci arrenderemo: siamo quattro mosche, ma quattro mosche molto dure a morire».
Roberta Celot
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