L'intervista

Bobo Craxi: «Il mio Sì al referendum nella visione socialista»

michele de feudis

Le dichiarazioni dell'onorevole: «Chi è di sinistra sulla Giustizia non lo decide Carofiglio»

«Non può essere l’ex magistrato Gianrico Carofiglio a dire che chi vota Sì non è di sinistra. Ci sono fior di intellettuali e accademici, politici, figli della nobile storia del movimento socialista ed operai che votano a sostegno della riforma, perché appartengono ad un filone importante e riformista della storia progressista italiana»: Bobo Craxi, componente della segreteria nazionale di "Avanti Ps”, oggi sarà a Polignano per il dibattito promosso dall’Aiga "Perché votare Sì”, nel cinema Vignola, alle 18,30. L’incontro sarà introdotto da Giuseppe L’Abbate, e ci saranno gli interventi degli avvocati Tommaso G. Patrone, Roberto Eustachio Sisto, Roberto Balacco e Domenico Conticchio.

Onorevole Craxi, come nasce il suo impegno in questa sfida referendaria?

«I socialisti hanno messo in piedi un comitato per il Sì come partito. Si è mossa una larga comunità socialista, organizzata o meno, di partito o meno, in difesa di un principio».

Quale?

«Quello che è stato sempre incardinato nella cultura giuridica e nella visione istituzionale socialista, ovvero il riordino del sistema giudiziario italiano e delle carriere dei magistrati».

Come?

«Rispondendo ad una visione che era già contenuta nell’articolo 111 della Carta, sulla parità delle parti del processo, assimilata nel codice Vassalli, ma mai completata. La riforma del 1989 i considerava infatti come indispensabile la separazione delle carriere dei magistrati».

Ma non si realizzò al tempo.

«Per due ordini di fattori: dopo il referendum del 1987 che passò a larghissima maggioranza, battendo le posizioni più conservatrici dell’Anm, si scelse di non entrare in conflitto con l’intero corpo giudiziario. Fu attenuata di fatto la dirompenza della consultazione. Il codice Vassalli ha tenuto conto dell’orientamento del magistrati. Eravamo nel 1989, stagione nella quale i poteri dello Stato mantovano un sostanziale equilibrio».

Poi venne Tangentopoli.

«Si registrò uno squilibrio e la questione giustizia con il passare degli anni si è incancrenita con il corpus dei magistrati ormai irrigidito».

Ora c’è la riforma Nordio-Meloni.

«Il referendum ora c’è, una legge è passata in parlamento, nel peggiore dei modi. Sarebbe stato invece preferibile una larga convergenza, con buona parte dell’opposizione. Solo Più Europa, Azione e Italia viva hanno votato a favore, ma nonostante questo parto, dobbiamo valutare quello che c’è. I cittadini devono schierarsi. E noi laicamente valutiamo la questione».

Sulla separazione...

«Ha un suo fondamento e corregge una impostazione che sin dal varo costituzionale era una continuità con il codice Rocco, ministro fascista. L’ordinamento giudiziario varato nel 1941, Guardasigilli Dino Grandi, immaginava la magistratura come un corpo unico. E quindi la magistratura unificata all’origine significava che facevano lo stesso concorso e lo stesso tirocinio. Solo dopo si distingueva la funzione».

Il cortocircuito?

«Con l’avvento delle correnti si è configurata una stortura, che allora non poteva esserci perché in linea con un’idea autoritaria. In democrazia non è possibile difendere uno degli ultimi residui del fascismo, modificato da Clemente Mastella, ma molto marginalmente, senza tenere conto della magistratura con carriere separate».

Il giudice Giovanni Falcone era favore della separazione?

«Non solo lui, c’è tutta una cultura giuridica dello stesso corpo che si era orientata verso l’idea che la separazione non avrebbe generato un cataclisma, ma avrebbe dato al Paese maggiore maturità democratica, al pari delle democrazia liberali europee».

Il clima referendario si sta scaldando.

«Tutta questa vicenda, in una situazione di normalità, si poteva affrontare senza le barricate. Oggi invece per la radicalizzazione dello scontro politico bipolare in Italia, anche la vicenda del riordino delle carriere dei magistrati diventa una querelle capitale, in una democrazia resa fragile da sola, a causa anche di alcuni articoli della costituzione, amputata dai parlamentari, lesionata dalla diserzione elettorale».

A sinistra la riforma è considerata una torsione “autoritaria.”

«È paradossale che si usi questa terminologia per definire una riforma che cancella una impostazione che risale al fascismo».

Il Pd invece parla dei fascisti per il Sì…

«I dem hanno però anche consistenti gruppi dirigenti pro riforma. Nel programma del 2019 esaltava la separazione delle carriere come coronamento di una giustizia più giusta ed equa. ora il Pd ha rivisto la posizione assunta e acclarata negli anni. Anche la Bicamerale del 1998, che non arrivò a compimento, introduceva questo elemento…».

I socialisti sono all’opposizione del governo Meloni.

«Siamo contro questa maggioranza, ma ci confronteremo politicamente nelle urne delle prossime elezioni. Ora si sceglie su un referendum che riguarda il futuro della giustizia. Da destra registriamo per il Sì argomenti discutibili e molta improvvisazione. L’attacco alla magistratura e a un corpo dello Stato non c’entra con la separazione delle carriere. Chi lo fa pensando di aiutare il sì offre argomenti controproducenti».

Il craxismo aveva nel dna la separazione delle carriere?

«Tutta la cultura giudica socialista era per il superamento del codice Rocco. Non fu fatto nel 1947 perché il corpo giudiziario era in continuità con il regime. Oggi si può mettere fine ad una questione che è durata a lungo e che determina un processo di maturità democratica per l’Italia, e deve influenzare nel futuro la capacità del governo nei decreti attuativi. La riforma lascia in sospeso questioni come il sorteggio, che non potrà avvenire con i bussolotti...».

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