La curiosità
Arriva la Barbie «autistica» ma non basta per dirsi inclusivi
L’associazione brindisina Il Bene Che Ti Voglio: «Così si banalizza»
C’è una linea sottile, quasi impercettibile, tra rappresentare e semplificare. Tra includere e ridurre. È su quella linea che inciampa l’ultima Barbie lanciata da Mattel, la prima bambola ufficialmente “autistica”.
Un’operazione globale, presentata come un passo avanti verso la diversità, che però in Italia ha prodotto più disagio che entusiasmo. La bambola indossa cuffie rosa per l’ipersensibilità uditiva, stringe un oggetto antistress a forma di fiore, ha arti snodabili che richiamano il flapping e uno sguardo volutamente divergente. Tutto è chiaro, leggibile, immediato. Forse fin troppo. Perché l’autismo, più di molte altre condizioni, è l’esatto contrario di ciò che si lascia raccontare per simboli.
«Quando l’ho vista ho provato fastidio», racconta Anna, mamma di un ragazzo autistico di 14 anni che vive nel barese. «Mio figlio guarda negli occhi, non agita le mani, non sopporta le cuffie. E allora quella bambola chi rappresenta?».
È una domanda semplice, eppure scomoda. Perché Barbie, da sempre, è un corpo che parla anche quando tace. Il primo con cui una bambina si confronta, prima ancora di capire se può o vuole assomigliargli. Inserire in questo immaginario una disabilità come l’autismo significa fare una scelta netta: raccontarne davvero la complessità oppure tradurla in segni esteriori, nel tentativo di renderla immediatamente riconoscibile. Ma è proprio lì che si apre una frattura.
«L’autismo non è un vestito largo, non è uno sguardo storto» dice Lucia, mamma di un bimbo autistico di Bari, «è fatica, dolore, burocrazia, solitudine». Tutto ciò che resta fuori dall’immagine. Tutto ciò che una bambola, per definizione, non può contenere.
Mattel ha dichiarato di aver collaborato con l’Autistic Self Advocacy Network per «rappresentare i modi comuni in cui le persone autistiche sperimentano e comunicano con il mondo». Ma è proprio quel «modi comuni» a far discutere. Perché lo spettro non è un’esperienza condivisa in modo uniforme, ma un insieme frammentato di vite, bisogni e difficoltà che raramente coincidono. Ridurlo a un’estetica riconoscibile rischia di essere più rassicurante che rispettoso.
Dura anche la posizione dell’associazione brindisina Il Bene Che Ti Voglio: «Così si banalizza una condizione seria e delicata. L’autismo non è un gioco e richiede anzitutto rispetto». Il sospetto, nemmeno troppo velato, è che si tratti di una precisa operazione di marketing che parla più a chi osserva dall’esterno che a chi il disturbo lo attraversa ogni giorno.
«Ho una figlia autistica che comunica soprattutto con gli occhi», racconta Maria, attiva in un gruppo di supporto barese, «ridurre l’autismo a un singolo tratto comportamentale non ne restituisce la complessità». E allora la domanda è: a cosa serve davvero questa Barbie? In Italia, e nel Sud in particolare, le famiglie chiedono meno simboli e più risposte concrete: servizi territoriali, continuità assistenziale, supporto all’età adulta. Tutto ciò che non entra in una scatola, ma pesa sulla vita quotidiana. Forse il problema non è Barbie. Forse è l’idea che basti un oggetto per dirsi inclusivi. Che basti una rappresentazione per compensare l’assenza. Che basti raccontare una storia immaginata per non dover ascoltare quelle vere, che sono disordinate, faticose, spesso scomode. L’autismo non chiede di essere normalizzato. Chiede di essere compreso. Ascoltato. Anche quando non rassicura. Anche quando rompe l’immagine. Anche quando non sta dritto sugli scaffali.