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Il super derby del Barone: «Bari e Foggia, la storia»

Il super derby del Barone: «Bari e Foggia, la storia»

«Bello rivederle contro ma senza pubblico è tutto molto triste»

Il derby dell’«Apulia» racchiude mille vicende e moltissimi protagonisti di spicco. Ma nella lunga storia di Foggia-Bari, Onofrio Barone («Nuccio» per tutti) occupa nettamente un posto d’onore. Centrocampista dall’elevato tasso tecnico, con il numero dieci sulle spalle ha vissuto in rossonero l’epopea di Zemanlandia centrando il doppio salto dalla C1 alla A e mandando in visibilio una generazione di tifosi dauni: dai suoi piedi, partivano assist perfetti per il tridente da sogno composto da Rambaudi, Baiano e Signori. Dopo cinque stagioni (164 presenze e 17 reti dal 1987 al ‘92) in Capitanata, ha vinto anche in biancorosso, centrando un’altra promozione nella massima categoria, seguita da una brillante salvezza ed anche con i Galletti è stato ispiratore di una coppia d’attacco indimenticabile formata da Sandro Tovalieri e Igor Protti. Dunque, l’ex calciatore palermitano (oggi 56 enne allenatore) legge la sfida in programma domenica prossima allo Zaccheria.

Foggia-Bari torna dopo due anni: che effetto fa?
«Da un lato, ci sarebbe da essere davvero felici. Le due squadre si ritrovano tra i professionisti dopo essere entrambe passate dal dramma del fallimento. Significa che due grandi realtà pugliesi hanno imboccato la strada della rinascita. Ma dall’altro, il momento impedisce di vivere la sfida con l’emozione che merita. Senza pubblico, con tanti pensieri nella mente della gente… Quando Bari e Foggia si incontravano in serie A, se ne parlava d mesi prima. Le città si bloccavano: si respirava un’adrenalina unica. Ora non potrà essere così».

Quali emozioni porterà con sé tra le due esperienze?
«Sono tra i pochi a potermi tenere una grande soddisfazione. Aver giocato il derby in serie A con entrambe le maglie. Perciò, il ricordo più bello è proprio l’aver vissuto quelle sfide: l’attesa, l’adrenalina, le coreografie, gli stadi colmi di entusiasmo. Bari-Foggia è speciale: avendola vissuta al massimo livello, posso dire con cognizione di causa che si tratta di due piazze meritevoli del palcoscenico più prestigioso».

Per restare alla sua epoca, un altro doppio ex di lusso sarebbe stato Franco Mancini.
«Per me è una ferita aperta. Franco è andato via troppo presto. Aveva tante qualità, ma una più di tutte le altre: era davvero una persona buona. A causa delle distanze, nell’ultimo periodo ci si vedeva meno, eppure quando ci si incontrava era come se fossimo stati insieme fino all’istante prima. Un uomo vero, genuino, un cuore grande. E un portiere di livello assoluto: fisico compatto, ma armonico come pochi, reattività incredibile, fondamentali di livello eccellente. Oggi uno come lui sarebbe in nazionale».

Che partita si aspetta?
«I valori non sono in equilibrio. Il Bari ha allestito una squadra non solo per concorrere per la promozione diretta, ma proprio per non fallirla, dopo la beffa della finale playoff persa a luglio. Auteri ha a disposizione una batteria offensiva imponente: può estrarre la carta vincente in qualsiasi momento. Secondo me, i biancorossi sono la formazione nettamente più attrezzata, pur in un girone difficile. Il Foggia, invece, è un cantiere in costruzione. Sono partiti in ritardo: hanno dovuto svolgere il mercato in rincorsa per via del ripescaggio. È scontato che la formazione rossonera sia un nome pesante per la categoria, ma adesso non si deve aver fretta: bisogna disputare un campionato senza affanni per porre le basi per una crescita fin dal prossimo anno».

Nel futuro di Barone, invece, che cosa c’è?
«Alleno: ho anche provato l’emozione di tornare a Bari da tecnico, da “secondo” di Beppe Materazzi (nel biennio 2006-07, ndc). Fino al fallimento ero nel settore giovanile del Palermo, ma la società subentrata al fallimento ha fatto scelte differenti. Aspetto una chiamata e mi preme lanciare un appello: che si faccia qualcosa per tutti i giovani calciatori ora costretti a fermarsi. Il momento è terribile, tutti dobbiamo fare sacrifici, ma il calcio italiano rischia di perdere generazioni di talenti».

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