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Bari, il rammarico di Papadopulo"Non  sono riuscito ad allenare qui"

Bari, il rammarico di Papadopulo
"Non sono riuscito ad allenare qui"

Il legame dell'ex tecnico con la Puglia è sempre fortissimo: la piazza merita la A

Ad Acireale è ancora un eroe. Al Bari lo legano tre stagioni da calciatore (dal 1977 all’80, con 65 presenze) e un matrimonio da tecnico più volte promesso, ma non consumato. Giuseppe Papadopulo è un personaggio davvero cult per la sfida in programma domenica al San Nicola. Era lui l’allenatore dei siciliani che il 29 maggio 1994 sconfisse i galletti in una giornata passata alla storia poiché segnò una tappa cruciale nella clamorosa salvezza degli amaranto in serie B, così come decretò (complice la sconfitta del Cesena in casa con il Cosenza) il ritorno dei biancorossi (allenati all’epoca da Giuseppe Materazzi) in serie A. Dal 2011 Papadopulo non è più nel mondo del calcio, ma il suo legame con la Puglia è sempre fortissimo: d’altra parte, oltre la casacca dei galletti, da calciatore ha militato pure nel Brindisi, mentre da tecnico ha guidato Monopoli, Fidelis Andria (con una promozione In B) e Lecce, condotto in A nel 2008. Ma nella sua lunghissima carriera da tecnico brillano pure una qualificazione all’Intertoto ottenuta con la Lazio, gli ottavi di finale di Coppa Uefa raggiunti a Palermo, un’incredibile salvezza conquistata a Bologna. Però, il libro di ricordi di Bari ed Acireale occupa nel cuore dell’ex trainer toscano un posto molto speciale. Giuseppe Papadopulo, Bari ed Acireale si incontrano in serie D: «Dispiace moltissimo. Il Bari è una delle più grandi realtà del calcio italiano. Il suo posto è in serie A. L’Acireale, invece, è stata una favola: resta l’orgoglio di aver portato la società siciliana per la prima volta in B ed aver ottenuto una salvezza storica in cadetteria. Peccato che il miracolo non sia durato: è scontato che una piccola realtà possa sopravvivere a certi livelli soltanto se sostenuta da importanti forze imprenditoriali. Tuttavia, vedo nuovo fermento nel club: chissà che non possa ritrovare gli antichi fasti. Non bisogna dimenticare che l’Acireale sta disputando un grandissimo campionato, in un girone composto da compagni decisamente più attrezzate». Nel futuro del Bari che cosa vede? «Se una famiglia prestigiosa come i De Laurentiis ha investito su Bari, significa che ha grandi progetti. Si tratta di imprenditori troppo preparati per pensare di tenere in secondo piano una città così legata al calcio. Bisogna aver pazienza e dimenticare questi anni bui: le soddisfazioni arriveranno. Intanto, è già importante aver già virtualmente raggiunto la promozione in C: nonostante la truppa di Cornacchini sia una corazzata, non è mai facile vincere subito. Tagliare il traguardo con anticipo consentirà di programmare con anticipo la continuazione della scalata». Quali sono i ricordi più belli legati al confronto che si replicherà domenica? «La sfida di ritorno fu epica. Riuscimmo in una straordinaria rimonta nel girone di ritorno e con il Bari giocammo l’ultima in casa: fu una gara bloccata, poi giunse la bella notizia da Cesena che consegnò ai biancorossi la serie A, magari staccarono un po’ la spina e noi segnammo sui titoli di coda cogliendo un successo vitale per poi approdare ad un drammatico spareggio salvezza. Sfidammo il Pisa e prevalemmo ai calci di rigore. Ma non dimentico pure lo scontro d’andata: in Puglia pareggiamo 0-0, Joao Paulo fallì un calcio di rigore: uscire indenni al San Nicola non è impresa da tutti». Più volte si è vociferato di un suo arrivo in biancorosso da tecnico: che cosa c’è di vero? «Da calciatore ho vissuto la fine dell’era De Palo e l’inizio di quella dei Matarrese: il direttore Regalia mi aveva portato in biancorosso e la stima nel tempo è rimasta intatta tra me, la proprietà ed i dirigenti. Purtroppo, per un soffio sono mancate le condizioni per un accordo. Non aver guidato il Bari resta un rammarico nella mia carriera: mi sarebbe piaciuto tornare e regalare soddisfazioni ad una piazza nella quale ho ancora tanti amici». Ha lasciato il calcio a soli 63 anni: perché? «Non sentivo più le emozioni di un tempo e non volevo trascinarmi. Ho smesso di allenare in serie A, al top: la mia parabola era giunta al termine e non ho alcun rimpianto».

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