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Il Bari di oggi è tutto made in Italycome quello di trent'anni fa

Il Bari di oggi è tutto made in Italy
come quello di trent'anni fa

La scelta della famiglia De Laurentiis ha colto nel segno

Mannini, Loseto, Carrera; Terracenere, De Trizio, Armenise; Perrone, Di Gennaro, Monelli, Maiellaro, Scarafoni. Uno scioglilingua che emoziona ancora. Una formazione protagonista di una cavalcata trionfale in serie A. Era il torneo 1988-89, alla guida di quel gruppo (che centrò la centrò la promozione al primo posto a braccetto con il Genoa perdendo appena tre gare su 38) c’era Gaetano Salvemini, sotto la presidenza di Vincenzo Matarrese. Ma quella squadra aveva un’altra particolarità: era formata interamente da atleti italiani, con una forte anima di baresi. Erano ben nove in rosa: oltre Giorgio De Trizio, Giovanni Loseto, Michele Armenise, Angelo Terracenere, esplose Angelo Carbone che sostituì egregiamente Perrone (fermato da un grave infortunio all’alba del torneo) così come collezionò 13 presenze l’attaccante Claudio Nitti ed esordirono tra i professionisti Lorenzo Amoruso e Massimiliano Tangorra, all’epoca giovanissimi. Da allora in poi, il Bari ha avuto in rosa almeno uno straniero. Fino ai nostri giorni: con la cessione del portiere lituano Siaoulys, i galletti hanno di nuovo un organico interamente italiano, a trent’anni esatti dall’illustre precedente. Un particolare da non dare per scontato, malgrado la discesa in serie D. Perché ormai anche tra i dilettanti, gran parte delle formazioni sono multietniche. «In effetti, oggi il calcio è globale», afferma Giorgio De Trizio che del Bari 1988-89 era il capitano, scambiando spesso la fascia con Antonio Di Gennaro. «Per certi versi è giusto così perché lo sport deve essere integrazione. Certo, una squadra tutta italiana è sempre un motivo di vanto e senza dubbio è più semplice creare unione in tempi rapidi. Il gruppo di quel Bari, ad esempio, è ancora affiatatissimo: siamo sempre in contatto e spesso usciamo insieme. Peraltro, nei numeri le due formazioni hanno diversi punti in comune: la grande continuità di risultati, l’obbligo morale di vincere il campionato. Auguro a questi ragazzi un lungo percorso di successi insieme». «A volte essere tutti italiani aiuta a capire prima le dinamiche del campionato che stai disputando», aggiunge Pietro Maiellaro, il vero “Maradona” (non a caso il popolo biancorosso cantava “ho visto Maiellaro, emulando il celebre coro dei napoletani per il pibe de oro) dei galletti di trent’anni fa. «Chi cresce nel nostro Paese ne conosce pregi e difetti, fa prima a calarsi nella mentalità di una piazza. Indossare la maglia biancorossa comporta responsabilità particolari nei confronti di una tifoseria che ha sofferto tanto. Gente come Floriano, Brienza, Di Cesare ha accettato la sfida con serietà e consapevolezza di quale sia la loro missione. Esattamente come facemmo noi nel 1989». «Ma anche la nostra squadra aveva uno straniero: Di Gennaro veniva da un altro pianeta, aveva vinto lo scudetto a Verona e disputato i mondiali del 1986 con la nazionale», esclama Angelo Terracenere. «Scherzi a parte, condivido la scelta della famiglia De Laurentiis e del management biancorosso. Il calcio sarà pure cosmopolita, ma è giusto che la serie D sia riservata ai giovani italiani, per far sì che almeno in queste categorie abbiano lo spazio per crescere. Basti pensare agli under del Bari: l’esperienza in una piazza così grande in giovane età, può davvero illuminare il loro futuro».

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