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Creare problemi seri dal nullaBari e il difetto dei tifosi biancorossi

Creare problemi seri dal nulla
Bari e il difetto dei tifosi biancorossi

Dopo la prima partita persa in un campionato dominato in lungo e in largo

Qui funziona così. I tifosi del Bari hanno tantissimi pregi, rappresentano il classico valore aggiunto con la loro straordinaria passione e a quell’incredibile capacità di essere sempre al fianco della squadra. Però hanno un difetto grande come una casa: creare problemi dal nulla. E anche in questo, va detto, sono assolutamente speciali. Quella capacità innata di alzare polveroni e dividersi anche quando ci sarebbe da starsene uno accanto all’altro, aspettando il giorno della festa. È talento anche questo. E nessuno si offenda, per carità. Succede che il Bari perda la prima partita di un campionato fin qui dominato in lungo e in largo. A Cittanova, certo. Non a San Siro o per colpa di una magia di Totti o Del Piero. Avversari modesti, «teatri» improbabili, atmosfere particolari. Fa male, certo. Anche un pizzico di tristezza. Ma nel calcio funziona così. C’è Davide che può battere Golia senza che questo sposti di una virgola le forze in campo. Il Bari ha uno squadrone, si, tutto vero. Ma chi l’ha detto che uno squadrone non possa perdere contro un avversario inferiore, per giunta dopo diciannove risultati utili consecutivi? Dove sta scritto che, pur partendo da valori tecnici fortemente squilibrati, si debbano vincere tutte le partite, magari prendendo a pallonate chiunque ti capiti a tiro? Non esistono campionati vinti senza sporcarsi le mani. O meglio, esistono solo nel mondo virtuale di un tifo schizofrenico. S’è sporcata le mani finanche la Juve in serie B. Quella di Buffon e Del Piero, Camoranesi e Trezeguet, Chiellini e Nedved. Che un giorno prese tre pappine a Brescia e che non ci risulta sia stata sottoposta al pubblico ludibrio. La Juve, già. Quella che, in questa Champions League, s’è fatta gabbare dallo Young Boys, squadra svizzera conosciuta più che altro per le tante scoppole subite al cospetto delle grandi d’Europa. Una sconfitta che poteva costare il primato nel girone. Anche in questo caso, nessun processo di piazza. E nemmeno l’allenatore sulla graticola. Perdere ci sta, se ne facciano una ragione i disfattisti a tutti i costi. E se si ha l’intelligenza di guardarsi dentro magari ci si ritrova più forti di prima. Perché sono le sconfitte a lasciare in eredità le lezioni più efficaci. Il Bari, obiettano i soloni biancorossi, giocava malino da un bel po’. Vero, verissimo. E bè? Una squadra che fa fatica e vince lo stesso ha valori superiori alla media. E quindi va lasciata in pace. Col rispetto che si deve a chi è in testa al campionato con nove punti di vantaggio sulla seconda. Il resto è caos, masturbazione social, disfattismo compulsivo. Nello sport comanda il campo. Conta quasi solo vincere. Certo, ogni tanto vien fuori la storiella del bel gioco. Argomenti di moda, suggestioni legittime. Ci sta pretendere di più. Giusto che in una piazza come Bari si guardi al calcio come a un qualcosa di luccicante. Però c’è qualcosa che profuma di sacro. Ed è il risultato. Il Bari vince, il Bari è primo, il Bari finirà in C. Non regala bollicine, va bene. Ma pensare ad altro, in momenti così, sa di autolesionismo. Il gusto sadico di rovinarsi una festa annunciata. Quel talento tutto barese. Inimitabile. A volte insopportabile.
 
Antonello Raimondo

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