Musica

Gli alieni della musica: i Rockets

Nicola Morisco

Nati a Parigi nel 1974, i Rockets iniziano come rock psichedelico, per poi virare verso una dimensione elettronica e cosmica, definendo uno stile unico e riconoscibile

Non si tratta di un’iperbole definirli “gli alieni della musica”: i Rockets incarnano un’idea di alterità sonora che trascende l’estetica e la forma tradizionale della canzone. Parlare di loro significa inoltrarsi in un territorio in cui il suono diventa linguaggio simbolico, specchio di un futuro possibile, e veicolo di comunicazione con ciò che è radicalmente Altro. La musica elettronica, con la sua struttura astratta e matematica, possiede questa proprietà: non si limita solo a intrattenere, ma può fungere da medium concettuale, capace di oltrepassare i confini culturali e percettivi dell’uomo. L’uso di suoni elettronici nel cinema di fantascienza, da Incontri Ravvicinati del terzo tipo di Spielberg, o le teorie di John Shepherd sull’impiego della musica come codice universale per comunicazioni extraterrestri, sottolineano il carattere simbolico e quasi metafisico della pratica sonora. In questo senso, la musica elettronica diventa strumento di dialogo con l’ignoto, tentativo di congiungere mondi separati dall’orizzonte della percezione umana.

Le radici storiche di questa tensione verso il futuro affondano nella fine dell’‘800, con esperimenti pionieristici che culminano nella musique concrète di Pierre Schaeffer - il quale manipolava registrazioni di oggetti concreti per creare nuovi linguaggi sonori - e nell’Elektronische Musik di Karlheinz Stockhausen, che privilegiava suoni puri, sintetizzati elettronicamente. Figure come Iannis Xenakis, Luigi Nono, John Cage, Luciano Berio, Brian Eno, Giorgio Moroder e Vangelis hanno continuato questa eredità, così come artisti più vicini alla cultura pop e dance, da Kraftwerk a Daft Punk, da Depeche Mode a Skrillex. È in questo continuo, dove la sperimentazione incontra il pubblico e la tecnologia diventa estetica, che i Rockets trovano la loro singolarità.

Nati a Parigi nel 1974, i Rockets iniziano come rock psichedelico, per poi virare verso una dimensione elettronica e cosmica, definendo uno stile unico e riconoscibile. La loro estetica, fatta di costumi argentati, calvi con un look robotico e performance teatrali, trasforma il palco in una navicella interstellare. Con il secondo album On The Road Again (1978) e la cover omonima dei Canned Heat, il gruppo cattura l’attenzione internazionale: vocoder, sintetizzatori e ritmi ipnotici diventano il manifesto di un sound che fonde spettacolarità e innovazione. Il periodo d’oro dei Rockets si colloca tra il 1979 e il 1981, con Sound Of The Future e Galaxy, album in cui brani come Plasteroid, Galactica, Electric Delight e Ideomatic fondono rock, space disco ed elettronica in un equilibrio maturo. Qui emerge con chiarezza l’influenza del krautrock (soprattutto i Kraftwerk), quel ritmo ossessivo e ipnotico che diventa base per costruire una visione sonora del cosmo. I Rockets non si limitano a suonare: costruiscono universi paralleli, scenari sonori in cui l’ascoltatore diventa astronauta di un viaggio immaginario.

Il declino commerciale segue con Atomic (1982): tensioni interne, uscite di membri storici e cambi di formazione segnano un’epoca di transizione. Fabrice Quagliotti diventa il custode del progetto, cercando di mantenere viva la formula originaria tra riedizioni, progetti paralleli e tentativi di rilancio negli Anni ’90 e 2000. Album come Don’t Stop (2000) testimonia l’evoluzione della band verso una dance elettronica più generica, lontana dal fascino visionario dei primi lavori. Il 2024 e il 2025 segnano una chiusura simbolica: la scomparsa di Christian Le Bartz, voce quasi aliena e presenza scenica carismatica, e di Guy Maratrat, architetto di molte delle texture sonore della band, chiude il capitolo più autentico dei Rockets. La loro assenza rende tangibile la fine di un’epoca, ma il loro lascito resta indelebile. Oggi, i live continuano sotto la guida di Quagliotti, ma senza la forza visionaria originaria: ciò che rimane è memoria, mito e influenza sulle generazioni successive.

Nonostante il culto di nicchia, i Rockets hanno tracciato un solco nella musica contemporanea: hanno influenzato musicisti synthwave, dj e produttori elettronici, anticipando estetiche visive e performative poi adottate da Daft Punk e altri pionieri della multimedialità sonora. Hanno dimostrato che la musica elettronica non è solo da ascoltare, ma da vivere, incarnare e rappresentare. Spettacolarità, tecnologia e cultura pop si fondono nel loro progetto, trasformando il palco in un’esperienza immersiva e concettuale. I Rockets non hanno semplicemente suonato la musica del futuro: l’hanno indossata, interpretata, portata in scena come un linguaggio universale e simbolico. In questo senso, rimangono esploratori dello spazio sonoro, messaggeri di un possibile dialogo con l’ignoto, autentici alieni tra gli uomini.

 

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