Immaginate un falò acceso su una torre grandiosa, piena di statue colossali e di omaggi agli dei. Era questo il faro di Alessandria d’Egitto: un insieme di mito e storia, una luce indelebile che riassume secoli di navigazioni e di architetture, ma anche una costruzione unica e mastodontica. Fu una delle sette Meraviglie del Mondo Antico, ma come tante altre non esiste più. Se doveste viaggiare in Egitto, nel porto antico di Alessandria o sull’isola di Faro dove era stato costruito nel III secolo a.C., non cercatelo, perché il tempo, un sisma e l’oblìo hanno cancellato questo simbolo, di cui per fortuna sappiamo molto grazie agli scritti di Strabone. Anche in Grecia, il Colosso di Rodi, statua umana gigantesca in bronzo, non esiste più, ma fungeva da faro e il suo fuoco accendeva le tenebre del mare. Per la loro stessa struttura, per la salsedine, per i venti e per i terremoti, i fari crollano in mare. Forse ne esisteva uno grande e potente anche a Egnazia, nell’antico porto del Brindisino, ma le tracce archeologiche sono labili. Certo è che torri e fari “dialogano” e spesso una lanterna attuale sorge laddove c’era un tempo un fuoco, laddove si sono svolte storie del passato, battaglie e giochi del destino. Per questo la storia dei fari è carica di fascino: è architettura, antichità ma anche attualità, vita quotidiana. È la passeggiata romantica che facciamo sul mare o l’addio ad un Paese, è il viaggio di ritorno a casa o, ancora, il miraggio di una barca di migranti che sbanda tra le onde. Partenze, arrivi, speranze. Un faro incarna la metafora potente della luce salvatrice, tanto che non sono pochi gli ex voto pugliesi, i piccoli dipinti che raccontavano il salvataggio di marinai, nei quali è possibile notare una lanterna che brilla o una Madonna a forma di faro o ancora, il raggio che illumina di vita. Il mondo cambia, ma il faro resta un’icona. Sfogliamo Gita al faro: nello stesso bellissimo romanzo di Virginia Woolf, la salita verso la lanterna si evoca continuamente ma non si compie mai, perché è un’idea simbolica alla quale la scrittrice ricorre e, rigo per rigo, il faro è ciò a cui si tende, quasi una promessa, un augurio, lontano ma intimo come lo è un orizzonte. È questa la magìa delle luci sul mare: ognuno può immaginarle come crede, perché sono un mondo a parte, luoghi iconici e impenetrabili o semplice “casette” dall’aria familiare… oppure siti misteriosi, forieri di paure e di segreti. Nei fari, quando c’è vento, si sentono rumori strani, soffiano e a volte ululano gli spifferi e per questo le storie (vere o false) generate dall’immaginazione sono innumerevoli. Pensate, tra film e romanzi, ci sono mille vicende noir; ma la realtà… quella sì, che supera la fantasia: costruttori di fari che morivano in mare all’epoca degli Stevenson (sì, il grande scrittore veniva da una famiglia di ingegneri di fari!), leggende e gialli reali, fino ai delitti realmente accaduti, come quello di Ustica, nella cui torre meravigliosa furono uccise nel 1933 una donna e una bambina. Negli atti del processo si evoca quel paesaggio solitario, il silenzio rotto dagli omicidi e il movente di una lite nata tra alcuni cospirati mafiosi in esilio sull’isola e il guardiano del faro. Già, i guardiani, protagonisti di canzoni e di sceneggiati d’antan: esistono ancora in molte parti d’Italia, anche se il loro mestiere sta scomparendo. I fari sono automatizzati ma la presenza umana in molti casi resta; a Leuca, tanto per fare un esempio, c’è un farista che fa da “custode” della torre come si faceva un tempo. Bari ha avuto una ormai storica famiglia di guardiani di fari, i Serafino. Gaetano, che ha sempre vissuto in un faro come suo padre, è da poco andato in pensione ma collabora con il neonato Museo del Faro e della Radio aperto proprio nel faro barese di San Cataldo, grazie al progetto internazionale CoHeN e cioè «Coastal Heritage Nations», che Regione Puglia e Comune di Bari hanno attuato insieme ad una serie di soggetti. Gestiti dalla Marina Militare, i fari appartengono al Demanio e l’accesso non è consentito, salvo appunto le visite ai contenitori culturali. Imperdibile il faro della Palascìa, a Capo d’Otranto, dove i mattinieri ammirano la prima alba d’Italia; quello di Gallipoli nell’isola deserta di S. Andrea; quelli di Vieste, Molfetta e tanti altri sparsi tra Adriatico e Ionio. La Puglia è a sua volta un “faro” dell’uso culturale delle lanterne, cosa che la Francia e l’Inghilterra realizzano da tempo, mentre in alcuni fari di grande bellezza come Capo Spartivento in Sardegna o Punta Imperatore di Ischia, sono stati realizzati hotel a molte stelle. Più spartana la Croazia: si dorme nei fari come facevano gli stessi faristi. E sapete che un tempo la stanza dei guardiani era chiamata “stanza dello scapolo”? Sì, perché la tutela dei mari era talmente necessaria da voler impedire che il farista si occupasse anche della famiglia. Un faro storico dell’età medievale, la lanterna di Genova (costruita nel 1139), fu governato persino da una casta sacerdotale. Ma all’ombra delle lanterne ci sono soprattutto storie familiari. E ne abbiamo pure una barese, molto gustosa, risalente alla fine dell’Ottocento, poco dopo che il grande faro era stato costruito (fu acceso nel 1871). È una storia d’amore: nel faro di S. Cataldo vivevano due famiglie di guardiani del faro, ma - complice forse la magìa della splendida lanterna stile Liberty - nacque un flirt tra la moglie di uno dei faristi e l’altro collega. Grande scandalo nella casa del faro con le persiane verdi, sola davanti all’Adriatico, che oggi è identica a com’era. In una Bari meno abituata ai tradimenti e alle follie, la vicenda approdò all’allora prefetto, che alla fine trasferì tutti, vittime e colpevoli del tradimento. E però, quale colpevolezza può avere l’amore in un faro? Anche il regista Alessandro Piva ha girato in questa lanterna barese la bellissima scena passionale del suo film Mio cognato, con gli specchi della lanterna che riflettono i volti dei due amanti, con la luce che si alterna al buio, tra lampi e splendori, come venivano definiti nel linguaggio della Marina gli attimi dell’illuminazione del faro. In ogni parte del mondo, un minuto dopo il tramonto, il faro si accende e il suo “linguaggio” di luci e ombre è destinato a chiunque, senza distinzioni di lingua, religioni, appartenenza. Una lingua di pace, di cui i fari sono testimoni, perché gli uomini costruiscono divisioni, ma il mare non ha muri.
Il Faro di San Cataldo
Un viaggio reale e ideale
Domenica 03 Agosto 2025, 19:45
















