Ci sono momenti ed eventi che non segnano soltanto l’inizio o la fine di qualcosa, ma scandiscono la vita del mondo. Ci sono momenti ed eventi che ri-orientano la storia, che danno all’ordinario evolversi degli accadimenti un’accelerazione e una direzione impreviste e imprevedibili. La morte di papa Francesco I rientra senza dubbio in questa categoria di eventi.
A distanza di alcuni giorni dal momento in cui il pontefice ha esalato l’ultimo respiro, si cerca di immaginare l’inimmaginabile, di prevedere l’imprevedibile. Quel gioco imperscrutabile di provvidenza divina e di umana azione che si esplica all’interno di quella meraviglia (anch’essa divina e umana al contempo) che è la Cappella Sistina si concluderà con una scelta che darà corpo a una delle due alternative che accompagneranno il futuro dell’umanità e del pianeta e che possiamo condensare in una domanda: il nuovo papa sarà un progressista o un conservatore? Quest’interrogativo, che potrà apparire troppo netto e sbrigativo, è da ricondurre all’evidenza del fatto che negli anni del pontificato di Bergoglio si sono scatenate, con potenza variabile, diverse offensive da parte delle componenti più intransigenti e tradizionaliste della Chiesa cattolica. Riflettendo su questo e quasi in forma di confessione non troppo privata, potremmo pensare al futuro successore di Pietro come a colui che rilancerà alcune questioni che papa Francesco ha messo al centro del proprio apostolato. L’umile speranza dei cattolici che moltissimo hanno creduto nell’azione dell’ultimo pontefice è che il nuovo vescovo di Roma, in virtù del ruolo che rivestirà e della potenza spirituale, morale, simbolica e politica che esprime, possa accogliere l’invito francescano a prendersi cura della natura, a sollecitare la fratellanza universale e, soprattutto, a costruire un mondo pacificato.
Nell’enciclica Laudato si’, con la quale papa Bergoglio, «di fronte al deterioramento globale dell’ambiente», dichiara di volersi «rivolgere a ogni persona che abita questo pianeta», risuona più attuale che mai la lezione francescana: «“Laudato si’, mi’ Signore”, cantava san Francesco d’Assisi. […] esempio per eccellenza della cura per ciò che è debole e di una ecologia integrale, vissuta con gioia e autenticità». Papa Francesco ha costantemente esortato ciascuno di noi ad approcciarsi alla natura e agli altri (soprattutto gli ultimi tra gli ultimi) con stupore e meraviglia, parlando il linguaggio della fraternità e della bellezza nella relazione col mondo. Fraternitas è uno dei termini centrali del lessico francescano, e non solo perché da essa derivano le parole “frati” e “fraternità”. È un termine, ma soprattutto un concetto e una pratica, che ha qualcosa di rivoluzionario. Avere la fraternitas, il pluralismo, il dialogo e l’apertura senza pregiudizi a segnare la rotta della (e nella) propria vita significa abbattere d’un colpo tutte quelle inaccettabili barriere erette dalla diffidenza, dalla paura, dal radicalismo, dall’estremismo, dall’egoismo, elementi che, non di rado, finiscono con il tradursi in conflitti e guerre. Una delle più grandi sfide che dovrà affrontare il nuovo pontefice sarà proprio quella della pace, sempre estremamente difficile da raggiungere, dal momento che, come scrive Kant, «lo stato di pace tra gli uomini, che vivono gli uni accanto agli altri, non è certo uno stato di natura (status naturalis), il quale è invece uno stato di guerra, nel senso che, sebbene non vi siano ostilità continuamente aperte, ve n’è tuttavia sempre la minaccia» (Per la pace perpetua). C’è da sperare, allora, che si possa continuare energicamente a coltivare questa utopia, che, come ogni utopia, non si presenta come fantasia nebulosa o immaginazione astratta, quanto invece come orizzonte regolativo dalle implicazioni più che mai concrete. Proprio questa pace, integrale, senza compromessi e senza riserve, ci auguriamo che possa essere un motivo ricorrente anche nei discorsi, santi e laici insieme, del prossimo papa. Non una pace ingenua, ma una pace necessaria.















