I libri
Il poeta e il tiranno: i versi diversi di Kadare
Quando un dittatore chiama di Ismail Kadare è dominato dalla coppia “poeta” e “tiranno” o meglio dal triangolo Mandel’štam-Pasternak-Stalin
Quando un dittatore chiama di Ismail Kadare è dominato dalla coppia “poeta” e “tiranno” o meglio dal triangolo Mandel’štam-Pasternak-Stalin. Scomparso da poco lo scrittore albanese ha lasciato nei suoi libri un’ingombrante eredità. Era nato nel 1936 ad Argirocastro, città di influenza greca che nel 1908 aveva dato i natali anche a Enver Hoxha. L’ultimo suo atto è un’indagine su arte e totalitarismo, sull’universalità dell’esperienza russa del primo Novecento attraverso lo sguardo cosmopolita di un europeo albanese. Moviola di un cruciale episodio della biografia di Pasternak, i tre minuti della famosa telefonata con Stalin del 1934, dopo l’arresto di Osip Mandel’štam per i versi contro il tiranno, “montanaro del Cremlino” dalle dita “tozze e grosse come vermi”, dialogo di cui Kadare trascrive tredici diverse versioni. Ma anche tormentata pagina autobiografica, insuperabile ricordo della telefonata ricevuta da Hoxha, Stalin albanese, trent’anni dopo.
Finito il liceo nel 1953 Kadare studierà letteratura per poi passare all’Istituto “Maksim Gorkij” di Mosca, negli anni della rottura tra Albania e Russia consumatasi per la contrarietà di Hoxha alla destalinizzazione. Il romanzo parte da qui, da Piazza Puškin, stazionando per l’intera prima parte in una dimensione onirica, nella «speranza di rimpatriare nei sogni», in cui Pasternak diventa il suo doppio e la relazione con la censura si fa forma simbolica di un tentativo d’inchiesta sul dissenso dei poeti. L’epilogo sono i tredici resoconti telefonici avvitati attorno al problema morale di una presunta codardia del poeta. Il tiranno interrogandolo a vuoto sulle colpe e sulle sorti di Mandel’štam finirà per disprezzarlo anche per i suoi silenzi. Kadare aveva già provato a stringere i bulloni attorno al potere in L’inverno della grande solitudine (1973), storia romanzata della rottura tra Hoxha e Krusciov con cui si era illuso, sbagliandosi, di poter costruire un avatar filoccidentale del tiranno, a quel tempo assai sensibile alla forza seduttiva della sua scrittura. Tentativo fallito che segnerà l’inizio della sua vera e lunga solitudine di scrittore inviso e sospettato.
Ma torniamo a Pasternak. Quando fu proclamato vincitore del Nobel l’intera macchina del potere e della persuasione russa si mise in moto per convincerlo a restare nella sua dacia, a Peredelkino, come accadde e quel premio non fu mai ritirato. La notizia della vittoria era giunta il 23 ottobre e quattro giorni dopo l’Unione degli scrittori sovietici aveva già provveduto ad espellerlo. Lo scrittore russo se ne ammalerà morendone presto (30 maggio 1960). Un dramma umano che nella penna di Kadare si trasforma in un fosco presagio: «Era il mese di maggio, ero ancora a Mosca e avvertivo un oscuro presentimento del legame misterioso che ci avrebbe unito in futuro».
Più volte lo scrittore albanese sarà vicino al Nobel, ossessivamente inseguito, pedinato, frenato dallo stritolio dei tentacoli di Hoxha. «Mosca e Tirana erano pronte ad ammazzarsi» ma su Pasternak, scrittore maledetto, «avevano la stessa opinione». L’albanese sarà suo malgrado più fortunato del russo o forse un più accorto ostaggio nelle grinfie del regime. Deputato nel 1971, fino al 1990 formalmente tollerato, poi esule a Parigi. Eppure grazie alle possenti metafore simboliche e storiche consegnate ai suoi romanzi mai verrà meno al compito di poeta. La grande letteratura in età sovietica è accomunata da una divergenza che si esprime nello stile e nei simboli, prescindendo dalla denuncia esibita. Ben prima di Živago c’è L’armata a cavallo di Isaak Babel’ (1926) e con pieno diritto segue un romanzo distopico e fantastico dello stesso Kadare, Il palazzo dei sogni (1981), trasfigurazione di Hoxha nel Sultano asserragliato in un tetro Palazzo (Tabbir Serraj) in cui si raccolgono, analizzano e prevengono i sogni di tutti i sudditi. L’anello di congiunzione tra Kadare e Pasternak esistette concretamente. Fu David Samojlov, amante della figlia di Stalin, e traduttore della raccolta poetica dello scrittore albanese apparsa a Mosca nel 1961. «Senza saperlo ero rimasto invischiato in uno dei segreti più pericolosi di Mosca».