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Tutto ebbe inizio con l’autunno caldo

Tutto ebbe inizio con l’autunno caldo

Tutto ebbe inizio con l’autunno caldo

 
Dorella Cianci

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Dorella Cianci

Tutto ebbe inizio con l’autunno caldo

Bernie Sanders e Alessandro Portelli sono autori di due interessanti volumi, lontani fra loro geograficamente, ma con un profondo ragionamento in comune: quando il voto operaio ha avuto la sua svolta a destra?

Lunedì 18 Novembre 2024, 07:15

Bernie Sanders e Alessandro Portelli sono autori di due interessanti volumi, lontani fra loro geograficamente, ma con un profondo ragionamento in comune: quando il voto operaio ha avuto la sua svolta a destra? Come si è passati dalle lotte operaie, dalle grandi manifestazioni sindacali, a tentare di ridefinire il capitalismo, con la cosiddetta “classe operaia”, che abbandona i valori tradizionali delle sinistre, sposando convinzioni populiste delle destre (sempre più intrise di sovranismi) tanto in Europa quanto negli Stati Uniti?
Dalla svolta a destra della piccola città operaia di Terni fino all’elezione, di questi giorni, del tycoon Trump, si nota un profondo cambiamento nelle convinzioni socio-politiche degli operai. Questi due testi ci aiutano perlomeno a impostare un ragionamento davvero molto complesso e sfaccettato. Partiamo da qui.
Che cos’è stato l’“autunno caldo”? Che cosa è cambiato da quell’idea di fabbrica e da quel desiderio di democrazia partecipativa? Dov’è avvenuta la manomissione e la disgregazione di alcuni capisaldi sociali? «Contro il sistema anch’io mi ribellavo, cioè sognando Dylan e i provos», cantava Guccini, delineando una stagione di impegno civile.
Nel ‘69 qualcosa si muoveva nella società, in particolare quando si trovarono in scadenza contratti nazionali di lavoro dei metalmeccanici, dei braccianti e del personale ospedaliero. I rinnovi riguardarono un’enorme fetta di popolazione, più di 4 milioni di lavoratori. Questo momento della storia italiana è stato chiamato “autunno caldo”, ma era una grande onda di movimentismi, che univa dalle aule universitarie fino alle fabbriche. Se osserviamo questi avvenimenti in una prospettiva storica, dobbiamo riconoscere il forte senso di identità che ebbe, in quel momento, la classe operaia, soprattutto nel proporre i propri problemi lavorativi al Paese intero, ergendosi quasi a motore della popolazione produttiva. E gli intellettuali stavano da quella parte. Non c’era un’idea conflittuale fra la cultura, la lotta sindacale e i movimentismi. Va ricordato che fu definito “caldo”, quell’autunno, per la diffusione di una conflittualità sociale mai sperimentata prima; non si trattò di un’esplosione improvvisa, ma del punto più alto di un processo di ripresa sindacale maturato nel corso degli anni ’60 ( per esempio con le lotte dei cotonifici piemontesi). E nasceva, in quel contesto, anche il centro - sinistra con la partecipazione dei socialisti di Nenni nel Governo. Quell’autunno caldo va letto come l’apice di un ciclo, durante il quale sono stati messi in gioco valori morali e condizioni materiali che vanno oltre le relazioni industriali, poiché chiamavano in causa l’intera società. Università comprese.
Qualcosa poi è accaduto: la gig economy, l’IA, il predominio degli algoritmi, i riders. Si è passati dal modello fordista e taylorista, fondato sul ritmo, anche tremendamente straniante, della catena di montaggio, all’anonimità degli algoritmi, dove la centralità della fabbrica, come luogo di lavoro, si è dissolta. Ci si è trovati, dagli anni ’60 fino al 2020, in un profondo cambio di paradigma, che ad oggi continua: non più il ciclo lineare delle grandi conquiste degli anni ’70, ma la destrutturazione della classe operaia, che si pone in netta antitesi con gli intellettuali e perfino con i sindacati. L’organizzazione centralista della fabbrica, anche se usurante sotto ogni punto di vista, ha ceduto il passo all’individualismo operaio, che intravedono la loro salvezza fuori da quello che viene percepito come establishment. L’orizzonte politico, in tal senso, si è “colorato di nero”, come scrive Portelli riguardo alla città di Terni, e, dopo lunghe battaglie operaie, si è andati, proprio lì, alla ricerca del tycoon di provincia. Terni, come noto, è stata la prima città italiana, fuori dal Nord, a scegliere un’amministrazione leghista. Nel disorientamento identitario e generalizzato delle sinistre, nella debolezza sindacale, si è innescato un revisionismo storico sotterraneo, che ancora manomette, forse suo malgrado, la democrazia, tradendo le proprie origini. E in fondo…Non è colpa degli operai!

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