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In Puglia e Basilicata

Crisi del tessile, a Martina le aziende chiedono aiuti

Per capire che il lavoro «è sparito» i cappottari martinesi aprono i laboratori vuoti. Luci spente, macchine ferme, un silenzio surreale; un’aria fredda appena rischiarata da due anonime file di neon. «Non c’è lavoro, forse in primavera» spiega un imprenditore. Sono oltre 600 i dipendenti finiti in cassa integrazione nel 2008. Perché il tessile martinese è in crisi prima della crisi globale.
Nardelli: ora aiuti al Tessile

15 Marzo 2009

di Fulvio Colucci

Martina Franca -  Per capire che il lavoro «è sparito» i cappottari martinesi aprono i laboratori. Luci spente, macchine ferme, un silenzio e un vuoto surreali; fredda l’aria appena rischiarata da due anonime file di neon. «Non c’è lavoro» spiega con mite disperazione Agostino Passiatore, una vita da sarto-operaio cominciata a cinque anni, durante la guerra: «Ho imparato a cucire prima di camminare. Eravamo quattro figli. Ho fatto la la fame. Ma cucivo, cucivo, cucivo. E non mi fermavo».

Accanto a lui i figli Angelo e Antonio. La stessa passione del padre. Perché il lavoro del «cappottaro» o del façonista se preferite, quando è uscito dai sottoscala negli anni ‘70 e ‘80 per aggredire i mercati e andare alla conquista del mondo, passa di generazione in generazione come i mestieri antichi e perduti. «Ho lasciato il lavoro da odontotecnico - spiega Antonio Passiatore - perché sin da piccolo adoravo il rumore di queste macchine. Guardando al presente potrei dire: chi me l’ha fatta fare? Ma non mollo. Anche se è dura non mollo». Dura al punto che l’azienda è ferma: 35 dipendenti, già in cassa integrazione a dicembre, sono nuovamente a casa: il lavoro rimandato alla primavera come la speranza di un bocciolo adesso chiuso al gelo della recessione.


«Speriamo di ripartire in aprile - dice Angelo Passiatore - altrimenti siamo nei guai. Possiamo produrre 300 capi al giorno, ma ora mio padre confeziona un solo cappotto. Il cliente è affezionato.... Certo, è dagli anni ‘90, con l’avvento della delocalizzazione, che non lavoriamo più da dicembre a marzo. La produzione dei capi estivi non esiste più: il mercato, le grandi aziende, non la richiedevano, preferendo servirsi in Romania, Albania, Tunisia, Cina: abiti reperibili più facilmente a prezzi bassissimi. Temiamo che la domanda cali ulteriormente per la crisi. Molte ditte si rivolgevano a noi, scomprendo la delocalizzazione addio: sono volate all’estero. Altre sono scomparse, ingoiate dalla crisi. Per 50 centesimi di differenza si va in Tunisia e stop, finito. Il lavoro? Se ci sarà...». 

La ferocia della competizione al ribasso in tempi di recessione è nei numeri: l’azienda Passiatore, spiega ancora Angelo, oggi fissa il costo della lavorazione di un capo a 14 euro «ma per il rapporto dei costi il prezzo equo sarebbe 20 euro». Il grido di dolore è indirizzato ad una politica «distratta, che ha dimenticato il tessile. Scioperare? Perché no: imprenditori delle confezioni e lavoratori, insieme». Parole che, fino a qualche anno fa, era impensabile sentire sulla bocca di un façonista. La crisi li ha trasformati in una specie di nuova generazione di lavoratori a cottimo.


«E’ cambiato tutto» dice Vito Loliva, il solo a metter mani alle macchine dell’azienda ferma. Tecnico esperto nella manutenzione degli impianti, Loliva aveva un’azienda con 30 dipendenti. «Brevettavamo anche i nostri macchinari; poi ho chiuso nel 2001 e sono andato in Cina. Lì hanno copiato tutto e la concorrenza sui costi ha fatto il resto. Ora sono di nuovo a Martina Franca, insieme ad altri tre tecnici abbiamo messo in piedi un’officina di manutenzione». La delocalizzazione è sembrata l’Eldorado, gli abiti confezionati in Romania a 3mila lire (era il 1989) risolvevano i problemi. Invece erano la campana a morto per il tessile martinese.


Scorrendo i dati Cgil sulla cassa integrazione la sorpresa è nel coinvolgimento di grandi aziende, quelle che hanno sempre pensato di farcela, di sfruttare delocalizzazione e incentivi come la legge 488 con la quale sono stati costruiti grandi capannoni nella zona industriale. Nel 2008 in cassa integrazione ordinaria sono finiti 654 lavoratori di 16 aziende; 126 sono stati i lavoratori di quattro aziende in cassa integrazione straordinaria; in mobilità sono finiti 210 dipendenti di sei imprese. Confida Maria Teresa Palmisano, cassintegrata: «Mio marito lavorava in un’azienda edile ed è stato licenziato per la crisi del settore». Hanno due figlie di 12 e 6 anni. «Mi arrangio facendo le pulizie in un mobilificio. Non è facile, anche perché le mie figlie hanno bisogno di tante cose e dire loro di no è amaro. La politica? Chieda un po’ al sindaco di Martina se sa quel che ha fatto il suo collega di Ginosa, Montanaro, per salvare il posto ai lavoratori della Miroglio».


«Io non ho famiglia, ma spesso penso a chi ha figli, a chi ha un mutuo da pagare. La vede la fila qui alla Cgil? Ogni giorno cresce». Martino D’Amico era anche rappresentante sindacale nella ditta che lo ha messo in mobilità: «Il mio salario oscillava tra gli 800 e i 900 euro netti. Ora non ho più nulla e faccio volontariato in Cgil. Curo le pratiche della cassa integrazione. Sa quanti abusi: le buste paga “taroccate” con la retribuzione per un numero di ore inferiore a quelle effettivamente lavorate? Così sta morendo il tessile martinese».


Franco Lerario è uno dei pochi imprenditori che riesce a resistere. Il suo marchio «Tagliatore» ha ancora molto appeal in Italia e all’estero. Passata la mano alla nuova generazione, dopo essere passato alla storia insieme al figlio Pino perché confezionò, nel 1989, gli abiti del film Batman, ora il patriarca nell’azienda sorta proprio all’interno della zona industriale, spiega, sgranando lento il verbo della fatica che non è stato facile, ma sopravvivere significa «investire solo nella qualità». Lui i 140 dipendenti assunti se li tiene stretti. Non ha dato retta alle sirene della delocalizzazione: «Non mi parli della Cina» o della legge 488: «Questa fabbrica? L’abbiamo costruita pagando il mutuo». 

Dentro, a 75 anni, gli è rimasta l’antica passione del padre «tagliava tomaie delle scarpe perciò era soprannominato “Tagliatore”» tradotta in una vita di lavoro e di successi: «Solo la qualità paga». Già, è scritto anche nell’azienda di Passiatore. Un foglio appeso su una cucitrice: «La qualità salva il tuo posto di lavoro». Molti lo hanno dimenticato. Mentre i cinesi, in agguato, pensano a rilevare aziende che muoiono. I «cappottari» non abitano più qui.

 


[ha collaborato agostino quero]

© RIPRODUZIONE RISERVATA

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