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In Puglia e Basilicata

Il «Viaggio civile e sentimentale»  nel Mezzogiorno (di Marcello Veneziani) 

13 Marzo 2009

di MARCELLO VENEZIANI

Dopo valanghe di istigazioni a liberare il Sud dagli incantesimi per adeguarlo alla nordica modernità, all’etica protestante e weberiana, lasciate che qualcuno vi insinui il dubbio opposto: che la risorsa segreta del Sud sia reincantarsi, sulle tracce di Pitagora e delle Sirene, di Vico e del pensiero forte del Meridione, il Sud arcaico e poderoso delle origini, greco e dionisiaco, venato d’Oriente e venuto dalla terra, dal mare; perfino il Sud magico e superstizioso esplorato da Ernesto De Martino...

L’ardimento della scommessa, il suo lato più impervio ma anche più creativo, è pensarlo con gli occhi del presente, tradurlo nella sensibilità di oggi, correlarlo alla tecnologia di cui disponiamo. Il fascino del Sud passa dalla sua forza di seduzione, nel suo significato letterale di condurre a sé. Il Sud ha bisogno del suo racconto per ritrovare anima e corpo. «Ti invito al viaggio in quel paese che ti somiglia tanto» (Sgalambro-Battiato).


Ma da dove ti viene questo libro sul Sud? È un elogio dell’arretratezza, un leghismo capovolto, una forma rifratta di autobiografismo, un tardivo amore di coccodrillo per le origini tradite, come per risarcirsi dalla lontananza? Non ha più senso questa geoletteratura di sapore etnico, dicono: il Sud è un’astrazione. E poi non sai che al Sud si legge poco, che i lettori sono del Nord; e non sai che difendere il Sud è una battaglia di retroguardia, perché il meglio del Sud è già emigrato, anche solo mentalmente, comunque non sta più con la testa a mezzogiorno? Vuoi fare il romantico terrone, ti vuoi atteggiare con civetteria a «laudator temporis acti», è solo un vezzo, una volta perdute le altre appartenenze ideali, ideologiche, politiche e magari famigliari? Un rigurgito etnico espresso in differita, un debole, languido razzismo biologico che si sfoga in letteratura? Ma no, non è così o forse è così come dite voi, ma tutto quel che dite in blocco, senza escludere niente...


Quanto alla gente, c’è Sud nei tre quarti del pianeta e nei tre quarti del nostro paese; il Sud esporta umanità; il resto si divide tra Nord, Centro e altrove...


Parlando del Sud so di parlare a ogni uomo; perfino chi non è del Sud vede nel Sud il suo luogo di riposo, di ricarica, di vacanza. C’è una forza di gravità o di attrazione che spinge verso sud anche chi non è nato al Sud; c’è sempre un famigliare, un’origine, un ricordo, un richiamo che ti porta a scendere. Secondo Predrag Matvejevic, negli uomini del Nord c’è qualcosa che li spinge a sud, non solo «l’aspirazione a un sole più caldo e a una luce più forte», ma qualcosa come una «fede nel Sud… indipendentemente dal luogo di nascita o di residenza». Per lui il Sud come il Mediterraneo «non si eredita ma si consegue». Non è solo memoria ma anche Destino.


Più il pianeta si ritira nei piani alti, più la globalizzazione coincide con la settentrionalizzazione del mondo, più il Sud diventa il luogo della vita autentica, il vivaio dell’umanità, il pozzo profondo che disseta le nostre radici. Il Sud è il luogo della nascita: chi scende al Sud viene alla luce. Il movimento è verso il Nord; al Sud riposa l’essere.

Percorro la via del Sud, partendo dal suo punto più estremo, Capo Leuca. È un pomeriggio estivo della mitica controra; un solleone maestoso, noetico, avvolge tutto il paesaggio e non concede riparo neanche dietro le lenti scure.


Al Sud d’estate il mondo è sfacciato, pubblico, vistoso e non c’è ombra che possa cancellarlo. Inoltrandosi poi nel Tavoliere non ci sono nemmeno alibi montani, il sole comanda nel paesaggio come un sovrano assoluto e non c’è scampo. C’è una luce bianca, abbagliante, ma in autostrada la legge obbliga le auto a viaggiare con i fari accesi, sempre. Notte e giorno, estate e inverno.


È una regola di Bruxelles, piovosa e grigia, una legge imposta dall’Europa buia anche di giorno all’Europa mediterranea, luminosa e bianca anche di notte. (...) Cos’è questa accettazione passiva di una Legge contronatura, questo antico fatalismo asservito alla Modernità assurda e astratta della Norma Europea? Abbiamo o no coscienza della terra in cui viviamo? Il discorso vale per ogni Sud, non solo in Italia; vale per la Grecia e la Provenza, per la Costa do Sol e l’Andalusia...


Capisco il rimprovero ai meridionali di non usare le cinture di sicurezza con la scusa del caldo e magari il complesso del cafone emancipato, che non sopporta di farsi legare perché gli ricorda la sua servitù passata (i ca’fune erano appunto legati con una fune al collo). Ma l’obbligo della luce è cecità ideologica. (...)


L’uomo del Sud esiste. Leonardo Sciascia, da meridionale con l’aggravante di essere siciliano, negava l’esistenza di un tipo umano meridionale, l’«homo terronicus», per dirla in termini di antropologia ironica. «L’uomo del Sud e cioè un tipo umano riconoscibile, catalogabile e giudicabile in quanto uomo del Sud, non esiste» scriveva. Secondo Sciascia il clima, le lunghe estati, la siccità e gli scirocchi non riescono a spiegare le condizioni del Meridione, sono solo alibi. (...) Invece io credo che l’uomo del Sud esista. E credo che ci sia anche una vaga ma vera parentela tra tutti i Sud. 

Non fraintendetemi, non credo che esista una razza meridionale o un’etnia sudista; peraltro al Sud siamo così diversi tra pugliesi e calabresi, tra entroterroni e rivieraschi, perfino tra napoletani e irpini o tra salentini e dauni. I siciliani, poi, sono davvero un popolo a sé. Penso invece che vi sia un carattere, una sensibilità meridionale, un’impronta culturale e sentimentale viva. Essere del Sud è un’indole, a volte un’indolenza. Certo non sono passati invano gli spagnoli ma neanche i precedenti, a cominciare dai greci. Non sono passate invano le dominazioni francesi, longobarde, saracene. Ma hanno contato quanto la frutta, la campagna, il mare, il paesaggio, il clima, la vita all’aria aperta, la carnagione, la mediterraneità più marcata, lo struscio e la sanguigna teatralità.

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