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di Pino Perciante

«Nulla è mai giunto alla curia o a me», sottolinea il vescovo di Tursi – Lagonegro, Vincenzo Orofino, all’indomani dell’articolo apparso sul nostro giornale in cui si riferisce di alcune lettere anonime inviate alla curia della diocesi per denunciare abusi sessuali commessi da un monsignore. «Non è mai arrivata alcuna lettera di questo genere», ribadisce il presule interpellato telefonicamente. In realtà, la Gazzetta sa che le lettere sono state certamente inviate alla curia: resta da stabilire chi è che le ha ricevute, chi le ha lette e che fine hanno fatto. Il vescovo viene a Lagonegro solo saltuariamente. Forse sono state sottovalutate, anche perché anonime, e quindi cestinate da chi gliele doveva consegnare.

Ma ora, alla luce del dossier depositato nei giorni scorsi alla curia di Napoli dall’escort Francesco Mangiacapra, quelle lettere tornano a galla e assumono un altro peso e un altro significato.

Tanto che lo stesso vescovo «onde favorire l’accertamento della verità» rivolge un appello «a chiunque fosse a conoscenza o in possesso delle lettere di portarle in curia per permettere ai competenti uffici diocesani di compiere il proprio dovere».

Quello che farà la Gazzetta in quanto è in possesso di una copia degli scritti. Sul fronte del dossier sulla rete di preti gay consegnato alla curia partenopea da Mangiacapra monsignor Orofino, «in modo del tutto precauzionale, ha già incontrato singolarmente i sacerdoti i cui nomi sarebbero citati nel dossier e apparsi, a vario titolo sulla stampa».

Lo ha annunciato la stessa curia di Tursi, precisando che «ad oggi, nessuna copia del «dossier Mangiacapra» è stato trasmesso alla curia di questa diocesi.

Solo lo studio attento e competente del «dossier» - è stato spiegato - potrà far emergere eventuali responsabilità e permettere alle autorità ecclesiastiche di prendere le decisioni più opportune, secondo le vigenti norme della Chiesa».

 Infine, la nota della diocesi parla di «momento di particolare sofferenza morale e spirituale» e di una comunità diocesana «profondamente turbata nel sentire religioso».

Il dossier consegnato da Mangiacapra nella cancelleria della curia partenopea contiene le prove di presunti casi di omosessualità nei quali sarebbero coinvolti sacerdoti, religiosi e seminaristi di alcune diocesi italiane.

Milleduecentosettantasei pagine con nomi e cognomi più video e chat. Tra le persone coinvolte ci sarebbero anche quattro sacerdoti della diocesi di Tursi - Lagonegro e uno di quella di Tricarico. Nessun reato, va precisato, nessun caso di violenza sessuale o pedofilia ma è comunque una vicenda che imbarazza la Chiesa. «Non si tratta di accuse – spiega Mangiacapra - perché non ci sono reati penali e non si tratta di considerare l’omosessualità di qualcuno alla stregua di un crimine.

Si tratta di sollecitare queste persone a fare un mea culpa relativo alla compatibilità tra il colletto bianco che si indossa e la condotta che si incarna». Nessun intento punitivo o ricattatorio. L’eventuale riduzione allo stato laicale delle persone coinvolte «non va visto come una punizione, ma come la possibilità di riflettere sull’incoerenza tra quanto si dice in pubblico e ciò che si fa nel privato.

Non c’è nulla di inventato nella documentazione - tiene a precisare - sono fatti circostanziati».

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