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Sanità, paziente incinta 32 indagati a Brindisi

Sanità, paziente incinta 32 indagati a Brindisi

Ha trascorso giorni e giorni in ospedale senza che nessuno si accorgesse che era incinta. Così, è stata sottoposta ad esami diagnostici a raffica e terapia a base di medicine a non finire per curare le sue patologie. Tanta di quella «roba» che - secondo le accuse - avrebbe determinato un aborto. Trentadue persone - tra medici, infermieri e tecnici - sono indagati
• Strano incendio nelle cucine dell'ospedale di Taranto (inagibili)

07 Marzo 2009

di VINCENZO SPARVIERO

BRINDISI - Ha trascorso giorni e giorni in due ospedali, tra il «Perrino» e il «San Raffele» di Ceglie, senza che nessuno si accorgesse che era incinta. Così, è stata sottoposta ad esami diagnostici a raffica e terapia a base di medicine per curare le sue patologie. Terapie non idonee ad una dona incionta e che perciò le hanno provocato un aborto. Ora trentadue tra medici, infermieri e tecnici, sono indagati dopo la denuncia presentata da una signora di 40 anni e dal suo convivente.

Il sostituto procuratore Myriam Iacoviello ha fatto notificare a tutti l’avviso del conferimento dell’incarico «in ordine ad accertamenti tecnici non ripetibili».

Un atto dovuto che equivale ad un’informazione di garanzia al fine di permettere agli indagati di nominare propri consulenti.


La coppia si è rivolta invece agli avvocati Fortunato Calò e Giuseppe Pomarico che - dopo le querele già presentate ai carabinieri di Francavilla Fontana ed Oria - intendono presentare direttamente in Procura un esposto dettagliato sulla vicenda. Che mostra un lato misterioso: se è vero come si afferma nell’espoto-denuncia che il feto abortito pesava 2 chili e 800 grammi, e quindi che doveva trattarsi di una gravidanza ormai avanzata, come mai oltre ai medici neppure la madre si sarebbe accorta di essere incinta?


Il magistrato ha incaricato i suoi consulenti - Giancarlo Di Vella e Michele Attolico - di verificare alcune situazioni prima di provvedere ad eventuali altre richieste. L’accertamento è stato fissato per il 16 marzo.

Gli accertamenti riguarderanno «l’esame autoptico sul feto di sesso maschile al fine di accertarne le cause dell’interruzione della gravidanza, nonchè eventuali lesione cagionate alla donna».

In pratica, si tratterà anche di capire l’età del feto e stabilire se era già morto in grembo o se il decesso sia avvenuto durante l’aborto.


Sarà poi lo stesso magistrato, sulla base delle risposte che saranno fornite dagli esperti, a stabilire se era il caso che qualcuno si accorgesse dello stato di gravidanza della donna durante il periodo trascorso in ospedale.

Stando al contenuto delle denunce presentate dai conviventi, la donna sarebbe finita in ospedale per una serie di patologie che richiedevano accertamenti diagnostici anche con radiografie e Tac.


Inoltre, per la cura delle stesse patologie, si rendeva necessaria la somministrazione di medicinali che - secondo le accuse - avrebbero certamente provocato grossi problemi al feto anche se le cose fossero andate per il verso giusto: ossia se la gravidanza fosse stata portata regolarmente a termine.

Di certo, nel lungo periodo trascorso dalla donna in ospedale, a nessuno - sempre secondo le accuse - sarebbe venuto in mente di verificare o per lo meno chiedere se la donna fosse incinta.

«Eppure - spiegano gli avvocati Fortunato Calò e Giovanni Pomarico - prima di qualsiasi esame diagnostico sarebbe opportuno almeno chiedere alla paziente se è in stato di gravidanza, per non parlare delle analisi cliniche svolte quasi giornalmente senza tenere conto che era opportuno verificare anche l’eventuale gravidanza».

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