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In Puglia e Basilicata

Strage di negozi nel Potentino: nel 2008 chiusi 419

07 Marzo 2009

di Giovanni Rivelli

La crisi, in Basilicata, fa strage di piccole aziende, il settore del commercio lucano è caratterizzato dalla presenza di piccole attività e così, risente pesantemente di questa situazione.

L’allarme viene lanciato da Confesercenti. «A Potenza nel 2008 hanno abbassato la saracinesca 419 attività commerciali con un saldo negativo sul 2007 di 149 ditte-imprese in meno (le matricole sono state 270) che colloca Potenza al 12esimo posto nella graduatoria dei capoluoghi di regione».


I dati sono quelli forniti dal Centro Studi di Confesercenti che spiega come oltre la metà delle imprese che lo scorso anno si sono viste costrette a chiudere appartengono al settore del commercio. In particolare, secondo i dati forniti da presidente e segretario del Potentino, Prospero Cassino e Antonio Palumbo, le imprese che nel 2008 hanno chiuso l’attività sono state 267 e di queste 149 sono esercizi al dettaglio «a conferma - dicono - della grave crisi del comparto commerciale di piccole-medie dimensioni».


Il commercio rischia di essere uno snodo su cui si concentrano le tensioni economiche del momento e questo perchè i consumi calano, costringendo le famiglie a rinunciare agli acquisti fatti prima. E se i dati sull’inflazione per le famiglie lucane (che vediamo meglio accanto) spiegano come ad essere più colpite le famiglie che (per ampiezza di composizione o scarsità di reddito) hanno consumi più elementari, è speculare il dato delle tipologie di negozi più colpiti dalla crisi. Al primo posto - sempre secondo la Confesercenti - ci sarebbero gli alimentari (-12%) seguiti da frutta-verdura (-8%), mobili-elettrodomestici e abbigliamento (-6%).


Per Palumbo e Cassino servirebbero «misure selettive a favore degli esercizi di vicinato che stanno sopportando una fase quanto mai pesante. Fra le iniziative del Governo, creare un Fondo a sostegno degli esercizi di vicinato per radicare le imprese nuove e garantire credito al consumo».


Ma a guardare i dati sull’andamento dell’economia, le difficoltà dei piccoli negozi sembrano un problema nel problema. «Pur nel contesto di un generale deterioramento della congiuntura industriale - spiega l’Osservatorio Economico Regionale Unioncamere nel rapporto sul primos emestre dello scorso anno, l’ultimo disponibile - i trend produttivi continuano ad evidenziare un’accentuata differenziazione in base alla dimensione aziendale. Ancora una volta, sono le piccole imprese (fino a 10 dipendenti) a scontare gli andamenti più sfavorevoli: la flessione della produzione ha raggiunto, infatti, il 5,3% nella prima metà dell’anno, con una forte intensificazione delle spinte recessive rispetto al 2007, che aveva fatto segnare – nell’arco dei 12 mesi – una variazione tendenziale del -3,4%. Trend negativi sono stati indicati, in questo caso, dal 36% degli operatori, mentre oltre la metà ha dichiarato una sostanziale stazionarietà dell’attività sui bassi livelli dell’anno precedente».

 Sarebbe, invece, andata meglio alle «medie imprese», quelle tra 10 e 49 dipendenti, che hanno fatto registrare una variazione tendenziale del -2% mentre, a metà dell’anno scorso, reggeva ancora la grande impresa (quella con oltre 50 dipendenti) facendo segnare un aumento di produzione dello 0,8%. Sembra quasi che più si è vicini al «consumo finale», o meglio al singolo cittadino, peggio vadano le cose. E quelle piccole imprese, quei negozi, spesso sono monofamiliari e moreddito. La chiusura, insomma, equivale alla perdita del posto di lavoro. Senza ammortizzatori e senza speranze.

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