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In Puglia e Basilicata

Da Corato Ester: «devastata da una garza dimenticata»

Da Corato Ester: «devastata da una garza dimenticata»
Un intervento di appendicine vent'anni fa quando la donna ora di 31 anni ne aveva 12, una garza dimenticata nell'addome che si trasforma in tumore, ma nessuno interviene anche per scuse banali: «è Natale». Oggi le accuse ai medici di due ospedali pugliesi, ma la sua vita distrutta chi gliela ridarà? 

04 Marzo 2009

Ester mazzillidi GAETANO CAMPIONE

CORATO - Gli occhi sono opachi, plasmati da 20 anni di dolore. Lo sguardo spento, impenetrabile, tradisce lo sforzo di non dire e di non lasciar capire. Disperato tentativo di riconquistare una tranquillità oramai ricordo lontano e sbiadito. Non c’è traccia di sorriso sul suo volto. Ester Mazzilli, 31 anni, stringe tra le mani la cartella clinica. Centinaia di fogli che raccontano una «ordinaria storia di malasanità, a base di negligenza e imperizia», come la definisce l’avvocato Daniele De Gennaro. E ad ascoltarla, la storia, si rimane in silenzio, perché le frasi di consolazione istintive sono poco efficaci, se non cont roproducenti. Tutto inizia il 26 agosto del 1989. Ester ha 12 anni e viene ricoverata nel reparto di chirurgia dell’ospedale di Ruvo. L’appendicite fa le bizze e bisogna operare. Intervento di routine. Nove giorni di ricovero, una cicatrice di 2 centimetri e di nuovo a casa. Ma i dolori non passano. 
«Prenda del cortisone», le dicono i medici. Inutile. Le fitte non demordono e si trasformano in una compagnia quotidiana. Gli anni passano, i dolori no. «Stia tranquilla», la litania dei sanitari. 

La cicatrice diventa più grande: 4 centimetri. Lo stato di salute di Ester subisce un progressivo peggioramento. Inevitabile il ricovero. Questa volta nel reparto di chirurgia generale del Di Venere. Analisi, visite, accertamenti, contro accertamenti e dimissioni. Fino al risultato dell’esame istologico che evidenzia l’«infiammazione da corpo estraneo». Si potrebbe intervenire. Invece, nulla. Anzi, ricorda la donna, «durante un drenaggio esce dalla ferita una garza di colore verdastro». «Ecco il corpo estraneo», esclamano i medici. 

Storia chiusa? Neanche per idea. Il calvario di Ester è senza fine. Come i dolori. E la crescita della cicatrice: 5 centimetri. Sembra di essere su una giostra. Quella della maalsanità. Altro giro, altra corsa. Cioè, altro ricovero. Sempre al Di Venere. «Ancora una volta la paziente viene dimessa - spiega il legale - senza che nessuno proceda alla rimozione chirurgica della neoformazione, peraltro in continui accrescimento». 

Il 19 dicembre dell’anno scorso, la diagnosi: «istiocitoma nella regione lombare». Un tumore, dunque. Da operare. « L’intervento però è da rimandare», ricorda l’avvocato De gennaro. «Perché? Ci avviciniamo alle vacanze di Natale». A fine gennaio, la svolta. Ester viene operata d’urgenza, all’ospedale Bonomo di Andria. I chirurghi le asportano la neoformazione di quasi 13 centimetri e tutta la fascia dei muscoli paravertebrali di destra. 

Il referto istologico ha il sapore della beffa: «Processo granulomatoso gigantocellulare da corpo estraneo a localizzione ipodermica parzialmente escavato in fase di ascessualizzazione nei tessuti molli profondi». Ester vorrebbe piangere. Ma dopo 20 anni non ha più lacrime: «In altri termini - spiega - l’origine della mia sofferenza è una garza dimenticata nell’addome dall’equipe medica che nel 1989 eseguì un banale intervento di appendicectomia». 

Inevitabile il seguito giudiziario. L’ipotesi formulata dal legale è «lesioni colpose gravissime». In Procura a Trani è stata presentata una circostanziata denuncia contro le Asl di Bari e della Bat, i primari dei reparti di chirurgia del Di Venere e dell’ospedale di Ruvo. «È una storia zeppa di errori - tuona De Gennaro - e di inspiegabili sottovalutazioni. Tutto è documentato e provato. Compresi i referti, puntualmente disattesi, di chi consigliava di rimuovere l’e xeresi della lesione». 

Oggi Ester ha bisogno ancora di un anno di riposo. Prima di partire con la fisioterapia. Ammesso che un muscolo asportato possa ricrescere. Di lavoro - era collaboratrice domestica - neanche a parlarne: «Vorrei che chi opera in un ospedale considerasse il paziente come un essere umano e non come, talvolta accade, un fastidioso caso clinico».
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