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In Puglia e Basilicata

STORIA / Un urlo di dolore s’alzò dai contadini di Matera

02 Marzo 2009

di PASQUALE TEMPESTA 

Lettere di contadini al sindacato. Oggi, fors’anche, col computer. Ma in altri tempi, sessant’anni fa, come avrebbero potuto loro - analfabeti o semianalfabeti, tenuti in alcune lande del nostro Mezzogiorno in condizioni di grave degrado civile e morale, a volte al limite della schiavitù - far sentire la loro voce, il loro grido disperato che invocava riscatto sociale per sé e per le proprie famiglie? O urlandolo nelle piazze o inviando poche parole accorate, scritte di loro pugno, quello stesso che si levava, minaccioso ma impotente, nelle manifestazioni di protesta, oppure affidandole alle mani di un compagno o amico sindacalista. Che certo non era un letterato, ma che comunque sapeva meglio di altri interpretare il loro grido di dolore. Ebbene, queste missive piene di proteste, di rabbia repressa, di impotenza e che tuttavia hanno rappresentato il primo impulso di una lotta decisiva per il riscatto della classe contadina del nostro Sud, si possono ora leggere e rimeditare in un libro-documento, curato da Clara Gallini, che ha come titolo appunto Lettere di contadini lucani alla Camera del Lavoro. 1950-51: sono tratte dall’archivio di Ernesto de Martino e pubblicato da Kurumuny (pp. 207, euro 18)

Documenti inediti che rendono appieno le condizioni di disagio e di legittima protesta del ceto sociale allora fra i più deboli del Mezzogiorno, che chiedeva lavoro e vita dignitosa, contrastando le tenaci resistenze padronali e istituzionali. Voci di sofferenza e di rabbia, di denuncia e di lotta - osserva la Gallini - le quali oltre a restituirci il «senso forte di appartenenze etiche e politiche di una classe e di un’epoca che potrebbero sembrarci ormai cancellate », servono anche a richiamare le nuove “miserie bracciantili vissute e sofferte oggi nelle grandi monocolture del Mezzogiorno». I documenti di cui si parla si riferiscono in particolare a uno dei capoluoghi lucani, Matera (dove, si ricorderà, 14 mila vivevano all’epoca ancora nelle misere grotte scavate nel «tragico Sasso») e ai vicini comuni di Pisticci, Stigliano, Tursi, Grassano, eMontalbano. Tutte le lettere sono fotograficamente riprodotte dagli originali (a testimonianza della loro autenticità), con testo a fronte. Ne riporteremo solo due o tre drammatici stralci: «…conduciamo una vita impossibile, si starebbe meglio in carcere… Ho cominciato a lavorare a 5 anni, i padroni mi davano mangiare pane di crusca e ad ogni pie’ sospinto ci fustig avano… ci hanno tenuto sempre in schiavitù…»; «…il locale dove ni riposiamo non e nemmeni adatto a dormire i Maiale… »; «…si dorme in un vano male ridotto e stretto, siamo 7 Famiglia dove le famiglie numerosi che cianno delle ragazze di 15 o 20 anni dormono sotto la loro branda ma branda per modo di dire sono 4 pali incrociati e un pagliericcio di paglia qualora i loro figli prendono tutta l paglia che casca dal pagliericcio dei Genitori sulla loro faccia dove la mattina si alzano peggio degli animali, un animale cia il suo distacco uno dall’altro ma invece noi poveri Salariati la sera quando fa notte diventa un film muto… ».
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