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Taranto, qualità dell'aria
la Regione contesta i dati

L'ing. Valenzano: «Utilizzate centraline per il traffico stradale»

taranto Ilva

di MIMMO MAZZA

TARANTO - «I buoni dati sulla qualità dell’aria di Taranto? Rilevati tramite centraline che monitorano specifici parametri di traffico urbano quali ad esempio, ossidi di azoto, biossido di zolfo, monossido di carbonio, ozono e PM10, in quanto dotate di detta tipologia di sensori e non invece le immissioni in aria e nell’ambiente di sostanze derivanti dalle attività industriali».

È piena di contenuti esplosivi la lettera inviata ieri dall’ing. Barbara Valenzano, direttore del dipartimento mobilità, qualità urbana, opere pubbliche, ecologia e paesaggio della Regione Puglia al ministro dell’ambiente Gianluca Galletti, al ministro della Salute Beatrice Lorenzin, all’Ispra, all’Arpa e per conoscenza al presidente Emiliano, alla Provincia e al Comune di Taranto, al Comune di Statte, all’Asl di Taranto, all’Ares mentre una comunicazione specifica è stata fatta al procuratore capo di Taranto Carlo Maria Capristo.

La Valenzano, come la Gazzetta è in grado di rivelare, formula delle osservazioni al comunicato stampa con il quale lo scorso 18 gennaio il ministro Galletti ha comunicato i dati sulla qualità dell’aria di Taranto, citando uno studio Arpa-Asl-Ispra sugli anni 2013-2014-2015-2016, sostenendo che «negli ultimi 4 anni la qualità dell’aria di Taranto è stata in linea con i parametri fissati dalla legge per la protezione della salute e dell’ambiente con una tendenza ad un progressivo ulteriore miglioramento».

Secondo la dirigente regionale, però, i dati citati da Galletti partono da un presupposto sbagliato, ovvero sono stati rilevati da centraline adatte al monitoraggio del traffico stradale e non alle emissioni industriali e dunque «nulla - scrive la Valenzano - i rilevamenti cosi operati possono rappresentare in ordine alle immissioni in aria ambiente di sostanze derivanti dalle attività industriali».

Fatta questa grave premessa (grave perché viene messo nero su bianco che Taranto nel 2018 non ha ancora una rete di centraline adatte a monitorare le emissioni dell’acciaieria più grande d’Europa dopo tutto quello che è successo e ci sono 4 postazioni di Arpa Puglia contro le 6 poste a controllo della centrale termoelettrica Sorgenia di Modugno la quale ha un ingombro di pochissimi ettari rispetto all’estensione dello stabilimento Ilva), la Valenzano affonda i colpi, scrivendo che le soglie utilizzate dagli organi di controllo per giudicare la qualità dell’aria di Taranto « non coincidono con quelle definite dall’Oms (l’agenzia speciale dell’Onu per la salute) quali soglie di sicurezza sanitaria, senza dimenticare che l’Ilva ha funzionato per anni con valori limite di diossina fissati per legge dello Stato a livelli 10.000 volte superiori alle soglie indicate dall’Unione Europea per un industria siderurgica moderna e degna di questo secolo».

«A questo si aggiunge - prosegue la lettera - il fatto che il Pm10 analizzato nell’area industriale del Comune di Taranto ha mostrato un impatto sanitario in termini di mortalità che è 2,2 volte superiore al Pm10 da traffico rilevato in altre città. Si ritiene che su queste basi, ossia sui dati delle centraline da traffico, non si possa affermare che la qualità dell’aria a Taranto sia “nella norma”. Quel dato attesta solo che in alcune strade della città la misura del Pm10 da traffico risulta nei limiti annuali previsti dalle norme, atteso che le centraline in questione non risultano installate nei punti massima di ricaduta delle fonti emissive di natura industriale e che le stesse non sono dotate e attrezzate di idonea sensoristica per il controllo degli inquinanti specifici derivati dalle attività produttive. Controlli, quelli industriali, che sono in capo all’Ispra e che devono essere validati proprio dal Ministero dell’Ambiente che per legge svolge le funzioni di Autorità Competente».

La dirigente regionale ricorda «l’anomalia dei dati registrati dalla stessa Ilva: le deposizioni di diossina misurate al quartiere Tamburi nel novembre 2014 e nel febbraio 2015 sono pari, rispettivamente, a 791,29 e 212,64 picogrammi. Valori allarmanti dai quali si può dedurre che non vi è stata una contestuale diminuzione dell'inquinamento complessivo da diossina paragonabile alla diminuzione dello stesso inquinante riscontrata alla bocca del camino dell’impianto di sinterizzazione E312 registrata dai due controlli effettuati da Arpa Puglia negli anni precedenti al 2012 (atteso che nei successi anni non è presente alcun sostanziale aggiornamento). Fatto per il quale non risulta ad oggi alcun azione intrapresa da parte dell’autorità competente».

La Regione Puglia torna, dunque, a chiedere il riesame dell’Autorizzazione integrata ambientale rilasciata all’Ilva («istanza già rigettata dal Ministero Ambiente per motivazioni tutt’ora non comprensibili») annota la Valenzano visto che «sono stati registrati eventi che hanno segnalato in modo del tutto evidente ed allarmante talune criticità, avvalorate dalla circostanza per cui l’Aia vigente non prevedeva a carico di Ilva alcun obbligo di verifica delle emissioni diffuse di diossine prodotte dallo stesso stabilimento. Ad oggi nulla è dato di sapere sulla tipologia di eventi in termini qualitativi e quantitativi da parte di Ispra. Né si è avuto alcun esito dei 18 protocolli operativi di controllo in continuo (campionamento continuo ed analisi discontinue), compreso quello inerente il controllo di diossine e furani. Diversamente dal Ministro dell’Ambiente, che può limitarsi a verificare se, per il Pm10, i livelli massimi convenzionalmente fissati per legge sono rispettati - conclude l’ing. Valenzano - si chiede di attuare quanto necessario ai fini della tutela della salute dei cittadini, tenendo conto che, i dati ambientali devono essere letti ed interpretati cautelativamente ed in termini di sicurezza sanitaria».

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