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In Puglia e Basilicata

Lecce, sequestrata fabbrica di veleni

Lecce, sequestrata fabbrica di veleni
di MAURO CIARDO
Sigilli alla «Galvanica potenza». L’azienda, specializzata nella zincatura, deve fermare l’attività. Paura per la falda
• In un pozzo cromo trivalente cadmio, piombo e mercurio
• «Si tratta di sostanze terribili»
• Matera: «L'estrazione di gas può inquinare le falde acquifere»
• Trani, rifiuti pericolosi nell'ex cava

18 Febbraio 2009

pozzadi MAURO CIARDO

TAURISANO - Troppi veleni nel pozzo e nell’area di stoccaggio e la «Galvanica Potenza» finisce sotto sequestro per presunto inquinamento ambiental e. A mettere i sigilli all’azienda, che effettua la zincatura dei metalli attraverso l’elettrolisi, sono stati gli agenti della Polizia provinciale diretta dal colonnello Elio Perrone, su disposizione del procuratore aggiunto Ennio Cillo. Un nucleo coordinato dal tenente Giancarlo De Matteis, dopo un’attività di indagine partita lo scorso novembre con il sequestro dell’area di stoccaggio esterna all’azienda, ha dato esecuzione all’ordinanza che ha portato di conseguenza alla denuncia del titolare, l’imprenditore Vito Potenza, 43 anni del luogo. Con il provvedimento di sequestro, l’industria, che impiega nove operai, è stata costretta a cessare l’attività. 

Le accuse nei confronti del proprietario sono quelle di aver stoccato abusivamente i rifiuti prodotti dall’attività lavorativa e di aver versato illecitamente le acque di lavaggio in un pozzo, che, stando ai rilievi dell’Ar pa (l'agenzia regionale per la protezione dell’ambiente), sarebbe fortemente inquinato. Tante scorie sarebbero state smaltite in barba alle più elementari norme in materia di tutela dell’ambiente. Tra queste: mercurio, piombo, cromo trivalente e cadmio. Nell’area di stoccaggio in cui sono stati apposti i sigilli a novembre (il sequestro preventivo è stato confermato venerdì scorso dal gip Maurizio Saso), i tecnici avrebbero invece riscontrato la presenza di notevoli quantità di cromo esavalente, un prodotto liquido per la preparazione di soluzioni per la finitura iridescente dei metalli, ma noto per essere un famoso agente cancerogeno. 
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Lo stoccaggio dei rifiuti sarebbe stato effettuato utilizzando cassoni metallici posti su un terreno per lo più vegetale, privo di pavimentazione e dunque senza una piattaforma in grado di convogliare le acque meteoriche, per il successivo trattamento depurativo. Nel corso di questi mesi l’autorità giudiziaria ha disposto un ulteriore accertamento affidandolo al personale della polizia provinciale, in collaborazione con i funzionari dello Spesal (servizio prevenzione e sicurezza negli ambienti di lavoro), al fine di valutare il rispetto delle norme in materia di infortuni e di idoneità degli ambienti di lavoro. Anche in questa circostanza l’esito dell’ispezione avrebbe evidenziato delle carenze sia in materia di sicurezza che igienico sanitarie. Non sarebbero state a norma nemmeno le cappe di aspirazione dei fumi irritanti emessi durante le fasi di zincatura. Una tubatura artigianale infatti, avrebbe collegato le cappe all’esterno fino a sprigionare i fumi ad altezza d’uomo (poco meno di due metri) sul marciapiede adiacente all’opificio. E per di più, manco a dirlo, in assenza di qualsiasi autorizzazione all’immisione in atmosfera di tali fumi. Non solo. L’imprenditore è accusato anche di aver movimentato rifiuti, pericolosi e non pericolosi. Scarti che solo in parte sarebbero stati riportati sulla documentazione attestante l’avvenuto smaltimento. Neanche questo, invece, per le acque di lavaggio, di cui non sarebbe esistita prova dello smaltimento se non attraverso la presenza dei metalli nel pozzo.

• In un pozzo cromo trivalente cadmio, piombo e mercurio
• Il ricercatore: «Sostanze terribili per la salute»
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