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In Puglia e Basilicata

Da Ruvo: «Io medico dei clandestini, non farò mai una denuncia»

11 Febbraio 2009

immigrati, clandestinodi ANGELO TEDONE 

RUVO - «Tutto ciò che io vedrò e ascolterò nell’esercizio della mia professione e anche al di fuori di essa non deve essere riferito ad altri. Tacerò considerando la cosa segreta»: è un passo del giuramento di Ippocrate che i medici, in questi giorni, vedono violato dalla norma introdotta nel pacchetto sicurezza, approvato dal Senato, che elimina il divieto di denunciare gli stranieri irregolari bisognosi di cure. Si va verso una clandestinità sanitaria, afferma Guglielmo Facchini che nel suo ambulatorio di Ruvo da anni presta gratuitamente assistenza sanitaria a immigrati, clandestini e non, residenti anche in città limitrofe e di altre province. «Si tratta di marocchini, tunisini, cinesi, albanesi, senegalesi, moldavi (solo alcuni con regolare permesso di soggiorno) - dice - che senza un’adeguata e costante cura vedrebbero aumentare il rischio di tubercolosi, una malattia che ha bisogno di 18 mesi di somministrazione di medicinali irreperibili nelle loro nazioni. Che ne sarebbe di questi pazienti se venisse loro applicato il provvedimento di espulsione?» si chiede Facchini. In tal modo verrebbe leso il cosiddetto «trattato di reciprocità» in quanto cadrebbe un diritto fondamentale dell’uomo quale è il dovere di cura. Il medico ruvese si sofferma quindi sul rischio che alcune malattie infettive non curate possano propagarsi anche con il semplice contatto al bar, per strada o semplicemente parlando. Molti immigrati presentano poi malattie della pelle o respiratorie dal momento che intere famiglie di sei, sette persone sono costrette a dormire a terra e in ambienti umidi senza parlare dell’Aids che pazientemente si sta cercando di deb ellare. Fortunatamente circa 50 immigrati hanno oggi una regolare assistenza attraverso il progetto Passi mentre 150 sono considerati stranieri temporaneamente presenti (STP) quindi godono di assistenza anche senza documenti. «Si avverte quindi - conclude Facchini - l’esigenza del servizio di mediatore culturale che garantisca l’accesso alla rete dei servizi dei cittadini stranieri con conseguente iscrizione all’anagrafe sanitaria».
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