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Operazione Ros carabinieri:
sgominata frangia Scu in Puglia
A capo un «padrino»

carabinieri Ros

TARANTO - La presunta associazione mafiosa capeggiata dal pregiudicato di Massafra Cataldo Caporosso, sgominata oggi dai carabinieri del Ros di Lecce e del comando provinciale di Taranto (eseguite 13 misure cautelari), aveva collegamenti - secondo l’accusa - con altri due sodalizi. In particolare, sono stati evidenziati interessi comuni nelle attività illecite, a partire dal traffico e spaccio di ingenti quantitativi di cocaina, con il gruppo facente capo a Tommaso Putignano, operante a Putignano (Bari). Ma l’organizzazione di Caporosso si sarebbe rifornita periodicamente di stupefacente anche dal gruppo diretto da Riccardo Sgaramella, detto «Salotto», operante nel territorio di Andria (Bat).

I dettagli dell’operazione sono stati illustrati nel corso di una conferenza stampa. Erano presenti il colonnello Andrea Intermite, comandante provinciale dei carabinieri di Taranto, il tenente colonnello Giovanni Tamborrino, comandante del Reparto Operativo del comando provinciale di Taranto; il tenente colonnello Gabriele Ventura, comandante della Sezione Anticrimine di Lecce, e il capitano Nicola Leone, comandante della Compagnia carabinieri di Massafra. L’indagine, secondo gli investigatori, ha «confermato l’elevato livello criminale raggiunto dalla consorteria capeggiata da Caporosso nel territorio jonico e, anche in virtù dell’investitura ricevuta dal reggente della cosca Bellocco di Rosarno, la capacità del gruppo da lui diretto di infiltrarsi nei settori economici più redditizi quale quello della compravendita di prodotti ittici nel capoluogo jonico, anche al fine di reinvestire i proventi delle attività illecite, intessendo relazioni criminali con altri esponenti della criminalità organizzata tarantina».

A CAPO UN «PADRINO» - Cataldo Caporosso, il pregiudicato di Massafra (Taranto) ritenuto a capo del presunto clan sgominato dai carabinieri del Ros di Lecce e del comando provinciale di Taranto nell’ambito di un’inchiesta che ha portato all’esecuzione di 13 misure cautelari (11 in carcere, una ai domiciliari e un obbligo di presentazione alla Polizia giudiziaria), secondo gli inquirenti era stato «investito con il grado di padrino nell’ambito dell’organizzazione» dal boss calabrese Umberto Bellocco, a capo dell’omonima cosca di Rosarno (Reggio Calabria), in virtù del ruolo di quest’ultimo nell’ambito della organizzazione di tipo mafioso Sacra Corona Unita.
Caporosso sarebbe stato, dunque, «referente della consorteria calabrese nel territorio tarantino, con lo specifico mandato di curarne la gestione operativa oltre a quella commerciale ed economica». Per testimoniare la capacità di intimidazione del sodalizio, i carabinieri hanno citato il tentativo di fornire sostegno elettorale, in occasione del rinnovo del Consiglio Regionale della Puglia nel 2015, a un candidato tarantino, risultato poi non eletto in quelle consultazioni, «con il chiaro intendimento di poter elevare il livello di pervasività del gruppo attraverso un potenziale referente politico». Tra gli episodi contestati c'è il danneggiamento con una motosega, all’interno del mercato ittico di Taranto, del magazzino per la vendita di prodotti ittici della Starfish srl, che sarebbe stato commissionato da Caporosso dopo la sua estromissione dalla società.

GLI ARRESTATI - Le misure cautelari emesse dal gip del tribunale di Lecce Edoardo D’Ambrosio ed eseguite oggi dai carabinieri del Ros e del comando provinciale di Taranto nell’ambito dell’inchiesta su una presunta frangia della Sacra Corona Unita sono state notificate a Cataldo Caporosso, 59enne di Massafra; Mario Miolla, 58enne di Pisticci (Matera); Tommaso Putignano, 42enne di Putignano; Riccardo Sgaramella, 73enne di Andria; Michele Monaco, 51enne di Massafra; Cristiano Balsamo, 37enne di Martina Franca; Pietro Damaso, 52enne di Putignano; Ivano Andresini, 32enne di Putignano; Gianvito Gentile, 43enne di Conversano; Massimiliano Lovero, 36enne di Massafra; Valentino Laterza, 30enne di Bari (tutti in carcere); Emanuele Pignatelli, 28enne di Taranto (domiciliari) e Alberto Caporosso, 21enne di Massafra (obbligo di firma alla Polizia giudiziaria).
In tutto sono 28 gli indagati. L’attività investigativa ha fatto emergere anche un tentativo di appoggio elettorale nel 2015 al candidato Udc al consiglio regionale pugliese Antonio Scalera, non eletto, estraneo all’inchiesta e risultato ignaro del sostegno. Il gruppo capeggiato da Caporosso poteva contare su «un considerevole patrimonio economico, foraggiato - hanno sottolineato gli investigatori - proprio dagli introiti delle attività illecite poste in essere da utilizzare per le quotidiane esigenze organizzative (acquisto di telefonini, schede, ricariche telefoniche, carburante) e per le eventuali spese legali sostenute degli affiliati».

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