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In Puglia e Basilicata

Bari, "Scusi, dov'è la biblioteca Nazionale?" La biblioteca che?

Domando all’autista se il suo bus passa per la Biblioteca Nazionale. Il suo volto mima una imbarazzata impreparazione. Provo allora con la «Cittadella della Cultura»: si stringe nelle spalle. L’«Archivio di Stato», è la mia ultima chance: perduta anche questa. Mentre il bus riprende la sua corsa, mi si illumina il ricordo di un traliccio sormontato da grosse antenne paraboliche: «È vicino al palazzo della Telecom.

05 Febbraio 2009

ANTONIO IURILLI

Domando all’autista se il suo bus passa per la Biblioteca Nazionale. Il suo volto mima una imbarazzata impreparazione. Provo allora con la «Cittadella della Cultura»: si stringe nelle spalle. L’«Archivio di Stato», è la mia ultima chance: perduta anche questa. Mentre il bus riprende la sua corsa, mi si illumina il ricordo di un traliccio sormontato da grosse antenne paraboliche: «È vicino al palazzo della Telecom!», gli grido ormai a distanza. «53 o 19», mi risponde allora pronto l’autista.

Comincia così, dal capolinea barese di piazza Moro, il mio viaggio di studioso verso il massimo luogo di conservazione della memoria scritta della Regione: la Biblioteca Nazionale «Sagarriga Visconti Volpi» di Bari, dove giungo oltre un’ora dopo: il bus ha percorso circa due chilometri. Da due anni la Biblioteca è ospite del recuperato mattatoio comunale, bello con la sua skyline calcarea, stagliata con gli eleganti finestroni polifori d’impronta vagamente liberty nella solarità meridiana degli azzurri avvolgenti di mare e cielo, a due passi dalla Fiera del Levante, a molti passi (troppi) da qualunque istituto culturale della città, soprattutto dall’Università della quale, per quasi un secolo, è stata operosa ancella. Persino il segnale turistico apposto all’ingresso racconta che nell’Ottocento quella era zona vocata ai commerci.


Noto con piacere nella grande sala di lettura la vivace presenza di numerosi giovani. Spaziose e ordinate, ma praticamente deserte, la sala bibliografica, la sala «manoscritti e rari». Indiscretamente curioso, frugo con gli occhi fra le loro variopinte masserizie per tentare di capire, magari attraverso il dorso di un libro importante, quali ricerche li appassionino. Vedo davanti a loro solo pile di fotocopie tormentate dai segni di un faticoso apprendimento. Sono riproduzioni di trattati medici, di diritto, di ingegneria, di economia: non, per carità, di quelli posseduti dalla Biblioteca, ma di quelli correntemente adottati nelle locali facoltà universitarie; quelli, insomma, su cui si dà l’esame.


Molti di loro scrutano i monitor generosamente distribuiti nelle sale da una illuminata progettazione bibliotecaria hi-tech: ma le videate che riesco a intravedere non fanno immaginare faticosi percorsi di ricerca. Studiano per gli esami, insomma, e «staccano» di tanto in tanto svagandosi in un ambiente luminoso e ben riscaldato: è un piacere vederli.

Soldi ben spesi, verrebbe da dire, da uno Stato che di gratuito eroga ormai solo l’ingresso in biblioteca. Peccato soltanto che quella biblioteca sia un giacimento di oltre 600.000 volumi, di una ragguardevole emeroteca e di un prezioso fondo di manoscritti che aspettano trepidi di riaffiorare a raccontare la storia degli uomini e della loro terra sol che qualcuno ne scriva «nome e indirizzo» su un pezzo di carta. Peccato che nessuno di quegli «utenti» sembra avere voglia di staccare il biglietto per entrare in quel paradiso di carta. Meglio, tra un capitolo di Diritto e una tavola di Anatomia, il rilassante limbo multimediale di youtube, di facebook, del blog, o il salotto virtuale degli sms annunciati da fantasiose suonerie.


Anche qualche invadente studioso, capitato per caso con le sue noiose ricerche in quella gioiosa comunità di discenti, finisce coinvolto da quei graziosi intermezzi musicali e da quell’agorà telematica. Nella Biblioteca Vaticana uno squillo di cellulare costa l’espulsione «perenne e perpetua». Viva la libertà laica.

Quello che vedo mi ricorda la frase che Rilke fa dire a quel rozzo generale tedesco, giunto, durante l’occupazione di Vienna, al cospetto degli sterminati scaffali traboccanti di libri della celebre Biblioteca Imperiale: «Qui ci dev’essere qualcosa di profondamente sbagliato!». Di sbagliato, ovviamente, nella «Sagarriga», non ci sono né i suoi libri né quei giovani che la frequentano come fosse una biblioteca di quartiere. Tanto meno è sbagliata la gestione delle sue funzioni, che sono quelle complesse di una biblioteca «di conservazione» e «di uso».


Di sbagliato c’è invece la sua anomala dislocazione in un sito estraneo alla topografia culturale della città, che non è mutata da quando, alla fine dell’Ottocento, essa fu collocata con lungimiranza nel cuore del nuovo spazio urbano voluto da Murat, in rapporto di contiguità-opposizione con i luoghi del sapere aristocratico-clericale dell’ancien régime, dislocati nel Borgo antico. Le facoltà umanistiche (e la «Sagarriga» è una biblioteca a netta vocazione umanistico-regionale) sono ancora tutte là, insieme alla Società di Storia Patria, al Centro di Studi Normanno-Svevi, e ad altri istituti di ricerca.


L’Università, in particolare, sembra aver reagito a quella frattura semplicemente ignorando l’esistenza della «sua» antica biblioteca, nell’attesa di vedere riempita l’aristocratica, attualmente inoperosa boiserie della vecchia «Sagarriga» nel Palazzo Ateneo dei libri di una chimerica Biblioteca Universitaria che, comunque, avrebbe tutt’altra identità e tutt’altra funzione. Il personale della Biblioteca cita come eroi i professori che si ostinano a frequentarla, e li conta con una sola mano.


Non è ovviamente, ormai, in discussione un progetto che, comunque, ha consegnato alla città un importante contenitore culturale. Imputati sono invece l’indifferenza delle istituzioni pubbliche (Comune e Regione), lo sterile mugugno dell’intellighenzia cittadina e l’impotenza del management, peraltro altalenante, della stessa Biblioteca, frattanto guidata in questi due anni da tre direttori ad interim e pendolari: misteriose liturgie ministeriali. Di fronte a un tracollo annunciato di utenti «qualificati», non è stato messo in atto l’unico, piccolo intervento infrastrutturale che può ricucire la Biblioteca alla città: una linea urbana dedicata.


Candidati di qualsiasi colore: un bus navetta che salti agile dal murattiano alla Cittadella costa assai meno di un cantante e di una notte bianca. I libri, è vero, non votano. Ma i loro autori che vogliono tornare a vivere patrocineranno, dall’alto, le vostre fortune elettorali. Agli studiosi poi basta stare in sella alla mula di don Abbondio.

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