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In Puglia e Basilicata

LA STORIA Riccardo, da Foggia all'Antartide e ritorno

di DAVIDE GRITTANI
Riccardo Schioppo, ricercatore Enea è stato per oltre un anno nella stazione antartica «Concordia» per capire l'andamento dei cambiamenti climatici e come sarà l'ambiente sulla Terra nell'anno Tremila

03 Febbraio 2009

Riccardo Schioppo, Antartidedi DAVIDE GRITTANI 

Un viaggio che forse sarebbe piaciuto all’ultimo Tiziano Terzani, un esploratore più alla ricerca di se stesso che sulle orme del mondo. Un viaggio estremo, nel ripostiglio dell’universo. Cinque scali all’andata (25 novembre 2007): da Foggia a Francoforte, da Fraconforte a Singapore, quindi Sidney e poi Christchurch (la più grande città a Sud della Nuova Zelanda, terza del Paese con 360mila abitanti). Infine la pianura di ghiaccio, il campo di hockey dell’intera umanità: l’Antartide. 
Meno soste al ritorno (19 dicembre 2008), quando levate le tende dall’Antartide ha trascorso un mese di vacanza in Australia prima di rientrare alla sua vera base umana e scientifica. Cioè a Foggia. 

Che storia quella di Riccardo Schioppo. Da dove cominciare per raccontarla. Forse proprio da lui, da Riccardo: 51enne foggiano ricercatore Enea. Che storia sotto ogni aspetto, anche spirituale. «Ho pregato, ho pregato molto» racconta alla Gazzetta Riccardo, rientrato all’Enea di Manfredonia con un bagaglio straordinariamente ricco per lasciarlo chiuso, straordinariamente pieno per metterlo in cantina. «Chi mi ha realmente spinto a partire è stata una collega, la prima donna italiana a imbarcarsi in una avventura del genere. La collega Lucia Agnoletto, che mi disse “devi farla, è un’esperienza straordinaria”. Quindi ho deciso di accettare, ma ogni tanto mi tornavano in mente le sue parole... forse la vera molla di tutta questa vicenda». 
Riccardo Schioppo, Antartide
La vicenda di cui riferisce Riccardo Schioppo è il suo incredibile viaggio nel continente inaccessibile, nell’ambito del “Progetto nazionale di ricerca in Antartide” a cui partecipano molti partner scientifici tra cui l’italiana Enea (il progetto consisteva, ed ancora consiste, nel trascorrere oltre un anno nella stazione di osservazione italo francese “Concordia”, con l’obiettivo di studiare cambiamenti climatici e fisica dell’atmosfera). 
Per l’appunto, 6 italiani e 7 francesi chiusi nello stesso posto per 13 interminabili e pesantissimi mesi a fare la guardia al nulla. 

«Cosa mi ha tenuto, tra virgolette, in vita? La consapevolezza che prima o poi sarebbe finita, che stavo partecipando a una missione internazionale, anche molto prestigiosa, le cui gratificazioni potevano andare ben oltre quelle economiche (piuttosto sobrie, quanto quelle di un dirigente di banca; ndr). E difatti col lavoro siamo andati oltre ogni più rosea aspettativa, abbiamo portato a compimento tutti gli esperimenti per cui eravamo partiti... »

Ma cosa c’è di straordinario nella partenza (e nel ritorno) di Riccardo Schioppo? Non tanto la collocazione della base “Concordia”, posta a 3.600 mt sul livello del mare. Non tanto la smisurata lunghezza dell’inverno antartico, da febbraio ‘08 a ottobre ‘08 con temperature a -80°. Non tanto le speranze legate alla flebile estate, da novembre ‘07 a gennaio ‘08 con orizzonti mozzafiato a -40°. Infine non tanto i sei mesi di buio totale, che hanno sfinito la troupe e portato al limite la resistenza psicologica dell’équipe. «Quanto invece la capacità di sorridere alla semplicità» profetizza Schioppo. Quanto invece la capacità di tornare ad apprezzare la normalità, lo straordinario miracolo di tornare ad esaltare il senso del comune. 
Riccardo Schioppo, Antartide
«Ci siamo commossi al primo timido chiarore dell’alba, registrato il 10 agosto dopo sei mesi di buio impressionante. Ecco, reimpossessarsi delle cose normali è uno dei fattori che stupisce di più. L’uomo in certe occasioni decide di fare a meno delle emozioni, delle piccole sensazioni e delle straordinarie suggestioni che si provano di fronte alle cose più piccole. Quando sei solo, a quindicimila chilometri da casa, ci pensi. Ci pensi eccome». 
Prima di quel raggio di sole l’unico cedimento del gruppo, il crollo più temibile. «Sì, quello è stato il momento più critico di tutta la missione. All’interno dello stesso ambiente lavorativo le risposte tra colleghi assumevano toni più esasperati, anche i nostri modi erano diventati un po’ più sbrigativi. Però, in fondo, ognuno di noi sapeva che si trattava di un passaggio molto delicato, terminato il quale tutto sarebbe tornato a una relativa normalità. E devo dire che, superato appunto quel momento chiave, il nostro gruppo ha retto davvero benissimo ogni tipo di difficoltà, portando a termine la missione nel migliore dei modi». 

Ma come sempre succede in questi casi, al di là dell’esortazione dei colleghi la spinta decisiva arriva dalla famiglia. E quella di Riccardo è una famiglia straordinaria, in cui - riecco il signor Terzani - l’autonomia sembra essere alla base degli affetti, la libertà alla base dei legami. La prima a crederci è stata sua moglie Rosa Valecce, così come il sostegno dei tre figli (Marco, 27enne ricercatore anche lui ma a Firenze; Francesca, 24enne designer a Milano; Fabrizio, 21enne anche lui designer e anche lui a Milano) si è fatto trovare puntuale ad ogni capolinea, ad ogni crisi e ad ogni minimo ripensamento. 
«Lo devo a loro - racconta Riccardo Schioppo - questo viaggio, questa avventura impossibile da raccontare la devo a loro. Durante l’inverno avevamo poca possibilità di comunicare, perché tutte le attività scientifiche avevano naturalmente la precedenza. Ebbene, in quei momenti, scoprire una mail dei ragazzi o di mia moglie... era un po’ come quando i bambini trovano i dolci nascosti nella credenza, era un po’ come fare festa e ricevere la conferma che tutto era a posto. Insomma, potevo continuare». 

Riccardo crede talmente tanto in quello che ha fatto da prendere il suo posto di lavoro all’Enea come una missione, per cui senza alcuna esitazione annuncia: «Se dovessero richiamarmi? Certo che ci andrei, c’è ancora molto da fare lì. Ma stavolta non per un anno, solo per il periodo estivo... quindi solo per qualche mese». Perché nel ripostiglio dell’universo c’è posto per tutti, ma merita di andarci solo chi ha capito che sacrifici del genere servono a migliorare il battito del mondo. «Altrimenti a cosa?» si chiede lui. Già, altrimenti a cosa?
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