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In Puglia e Basilicata

La Puglia dei cervelli «guarirà» l'Africa

La Puglia dei cervelli «guarirà» l'Africa
di GIUSEPPE ARMENISE
C'è tutto un mondo fertile di ricerca facendo un viaggio tra i laboratori di casa nostra, tanti Archimede nascosti che difficilmente approdano agli onori della cronaca, nonostante lavori e scoperte che possono anche essere rivoluzionarie

03 Febbraio 2009

di GIUSEPPE ARMENISE 

BARI - L’Arti, l’Agenzia regionale per le tecnologie e l’innovazione, ha gettato nuova luce sulle eccellenze di Puglia che, attraverso lo strumento della ricerca avanzata, lanciano la nostra regione verso orizzonti inaspettati anche se non nuovi, solo a inoltrarsi nell’affascinante mondo degli inventori. A conoscere questi professionisti della sperimentazione, si scopre che molte di queste ricerche sono risalenti nel tempo. Insomma, c’è una «scuola» pugliese di ricercatori che dà lustro alla nostra terra. E non da oggi. Francesco Paolo Fanizzi lavora al dipartimento di Scienze e Tecnologie biologiche e ambientali della facoltà di Scienze dell'Università del Salento. Si stupisce un po’ quando gli illustriamo i termini della ricerca condotta dall’Arti. «In realtà - spiega - credo che in quel rapporto sia finito un vecchio brevetto depositato in Inghilterra, non in Italia, sulla sintesi dell'acetone». 

La chiacchierata rivela, tuttavia, una vitalità capace di produrre sperimentazioni ormai sulla soglia di importanti scoperte e, verosimilmente, di altri brevetti depositati. Brevetti made in Puglia. «Adesso - spiega Fanizzi - ci stiamo occupando, in collaborazione con un'industria salentina di un progetto strategico sulla sintesi di farmaci antimalarici. Siamo partiti dalla caratterizzazione molecolare di prodotti naturali e ci siamo occupati di vedere se poteva essere possibile trapianterne nel Salento, in sostituzione del tabacco, la coltivazione di piante di Artemisia annua, dalle quali si ricava l’artemisina. La nostra ricerca consiste nel comprendere i motivi per cui l’infuso della pianta è più attivo del principio attivo (l’artemisina) isolato» La sperimentazione ha implicazioni di varia natura. Innanzitutto, se davvero si dovesse poter confermare che l’ar temisia in infuso ha effetti così stupefacenti nella cura della malaria, la conversione colturale di vaste superfici a tabacco avrebbe conseguenze (positive) sul sistema produttivo di buona parte del territorio della Puglia del Sud. Poi ci sono le enormi speranze legate alla cura. «Capire - dice ancora Fanizzi, il quale coordina un progetto triennale che si chiuderà il prossimo anno ed è finanziato dall’unica casa farmaceutica a capitale interamente pugliese - il motivo della maggiore efficacia dell'infuso di artemisia rispetto al principio attivo isolato significa migliorare l’azione principio attivo. Significa, in definitiva, utilizzare formulazioni farmaceutiche che porteranno ad evitare l'instaurarsi di resistenze al farmaco da parte dei pazienti. È un progetto importante, che ha a che vedere con il futuro di un buon numero di Paesi delle aree del cosiddetto sottosviluppo. Anche il magnate Bill Gates ha aderito ad ipotesi di soluzione della lotta alla malaria». 

Completamente diversa l’esperienza di Riccardo D'Agostino che sempre in ambito chimico opera, ma con affaccio su tutt’altro tipo di applicazioni. Siamo nel campo dei processi al plasma, specializzazione la cui tradizione sfugge ad un neofita. E pensare che la scuola del plasma, all’Università di Bari, ha compiuto 40 anni. D’Agostino ha al suo attivo ormai più di dieci brevetti. «Quella dei plasmi - spiega - è una tecnologia di grande importanza strategica. Bisogna capire che ogni prodotto industriale, che non sia un software, è qualcosa di solido o al massimo liquido. Ogni prodotto industriale ha superfici che possono essere migliorate da processi di modifica superficiale. Ebbene, se le lenti di plastica non si graffiano è perché la superficie è protetta da un film sottilissimo realizzato grazie al plasma. Se una protesi non si infetta è perché è provvista di un sottile antibatterico. Persino i filtri delle sigarette possono essere migliorati in modo da abbattere, nel fumo, il contenuto delle sostanze più pericolose per la salute». 
Poi D’Agostino sottolinea i settori di immediato intervento del gruppo di ricerca che coordina. «Da un lato ci siamo occupati della protezione dalla corrosione a da agenti chimici nel campo del packaging. In sostanza abbiamo lavorato per cercare la sintesi di materiali impossibili da sporcare. U n’altra serie di brevetti è legata alla possibilità di realizzaremateriali superidrofobi, ovvero veramente repellenti all’acqua. Immaginate le applicazioni di prodotti simili. Se si applicasse alla carena di una nave, ad esempio, sarebbe come se procedesse su pellicola d'aria capace di ridurre l’attrito addirittura del 25%. Ma - dice ancora D’Agostino - materiali del genere hanno grande interesse anche nell’industria aerea. Rivestire le ali di un aereo, significa evitare pericolosi fenomeni di formazione del ghiaccio. 

Con Giovanni Natile, anch’egli ricercatore dell’Università di Bari, si torna invece nel campo farmaceutico, e in particolare dei farmaci antitumorali. «La molecola - spiega - è quella del cisplatino che ora figura tra i best seller, ovvero tra i principi farmaceutici più venduti. L'ultimo della famiglia è l’ossaliplatino, introdotto pochi anni fa. Mi sembra che l'anno scorso si è piazzato tra i primi dieci farmaci che in assoluto hanno portato più benefici. Il nostro gruppo di ricerca è stato il primo a proporre con una struttura diversa principi come l’isomerocis e l’iso - merotrans. L’isometrans veniva ritenuto non attivo, noi abbiamo dimostrato che, se si sceglievano i leganti opportuni, questo principio poteva essere più attivo persino del cisplatino. Una scoperta che, devo dire, ha avuto una grande risonanza a livello mondiale e il brevetto è stato esteso a tutta Europa e agli Stati uniti». 
Grandi speranze e grandi risultati in un settore delicato come quello delle cure antitumorali. Ma sono grandi anche le delusioni: anche in settori così importanti, quella che domina è la legge del mercato. «Prima che una nuova molecola arrivi sulmercato - spiega Natile - normalmente passa non meno di una dozzina d'anni. Gli investimenti sono nell'ordine del bilione di dollari. Insomma, trovare nuove molecole e principi attivi non sempre aiuta ad alimentare la speranza, perché trovare industrie in grado di investire somme così ingenti su molecole sperimentali sulle quali non c’è alcuna certezza dio poter conquistare l’approvazione finale per la loro ammissione al commercio, è davvero aleatorio. Insomma, noi tutti ci rendiamo conto che, essendo stata reso più laboriosa e più onerosa la strada verso l’approva - zione di un nuovo farmaco, di fatto molti si dissuadono dall’investire. Io sono consapevole che i saranno decine e decine di molecole persino più attive di quelle in commercio,ma se non c'è un’industria in grado di investire, allora rimarranno lettera morta».
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