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Bari, la città dei camerieri
l'industria non assume più

Il terziario assorbe quasi l'85% della nuova occupazione, il manifatturiero il 7,5%

Bari, la città dei camerieril'industria non assume più

GIANLUIGI DE VITO
Non solo cartellini rossi nel mercato del lavoro di Bari città. Ci sono ingressi in campo. Vale a dire settori che aprono le porte e assumono. Ma è una magra consolazione. Perché in espansione sono i comparti che tradizionalmente non garantiscono stabilità: il turistico/alberghiero (20,4%), il commercio (16%) e il comparto famiglie (7.8%) costretto sempre di più ad assoldare colf e badanti. L’industria manufatturiera (7,5%), ed è questa il dramma, non assume più, o lo fa al minimo. Per giunta, la distribuzione maggiore della nuova occupazione riguarda i «non qualificati» (20,3%). Per dirla tutta, i «non qualificati» battono sia gli operai specializzati (12,8%) sia gli impiegati (15,8%) e i tecnici (4,2%). Come dire, la speranza di far fruttare una laurea o un diploma super specialistico finisce spesso in frigorifero, qui in città. Camerieri, barman, commessi, colf, badanti e pulitori battono laureati, tecnici e impiegati.

Il lato positivo della notizia è che nel recinto circoscritto alla città capoluogo di regione, riprende fiato il mercato del lavoro. Lo dice il Centro Impiego, nel Bollettino flash di settembre. Che ha dedicato uno «zoom» alla nuova occupazione nel primo quadrimestre gennaio-aprile 2017, elaborando dati estrapolati dal portale «Sintesi» dei Servizi per l’impiego della Regione. E su ciò che dice il Centro dell’impiego, c’è poco da obiettare. Il viaggio di cifre è in balia di correnti che tolgono il sonno.
Il numero degli «avviati» è stato di 7.308, di cui 4.337 maschi e 2.931 donne. Gli uomini catalizzano il 60% della nuova occupazione: non è una novità. Ma l’onda grossa è frutto anche - è scritto nel report del Centro dell’Impiego - «dell’enorme pressione esercitata dai moltissimi lavoratori di sesso maschile messi ai margini del mercato del lavoro negli ultimi anni, i quali, pur di rientrarvi, accettano loro malgrado anche impieghi poco qualificati e precari».

Quanto al terziario, da solo ha assorbito l’85% della nuova occupazione, mentre il settore industriale (che annovera anche l’edilizia) supera di poco il 16%. Inquieta il fatto che il solo manufatturiero industriale assorbe il 7,5% contro l’ edilizia al 9,8%.
È la scoperta dell’acqua calda, si dirà. Ma fonti imprenditoriali e politiche continuano a prospettare risalite che i conteggi occupazionali smentiscono. D’altra parte che il manufatturiero industriale sia in ritirata da anni, lo dimostra la cronaca recente delle crisi risolte a lacrime e sangue, come quella della «Bridgestone». La reindustrializzazione dell’ex Om, poi, non ha ancora raggiunto un livello tale da pagare un solo stipendio a nemmeno uno degli ex 191 operai licenziati, che vivono nella promessa di rientrare in fabbrica il primo dicembre per produrre un quadriciclo del quale, ad oggi, primo ottobre, non c’è nemmeno la traccia di un bullone. Bosch, al più, manterrà gli attuali 1.890 addetti, e sarà già una grande vittoria. Getrag s’espande e raddoppia ma non risulta fino a questo momento un contratto d’assunzione in più. Eppure gran parte di queste aziende dell’automotive scelsero Bari per i titoli profesionalizzanti che il Politecnico garantiva e per l’Istituto tecnico superiore che curva l’offerta curriculare ai fabbisogni industriali. Ma al di là di qualche stage e qualche modulo di formazione duale e di alternanza scuola lavoro, non si va. O si va poco più in là viste le assunzioni a passo di tartaruga.

Del resto agli appena 548 (7.5%) addetti dell’industria manifatturiera si contrappongono i 2.660 camerieri, baristi e addetti vendita (36,4%) assunti a Bari città da gennaio ad aprile 2017. Periodo nel quale perfino il settore famiglie assumeva di più (7,8%) «a causa del sempre maggiore ricorso al personale domestico, in primis badanti».
Tra i settori che hanno effettuato più assunzioni spicca col 20,4% il turistico/ alberghiero. Espansione dovuta «al continuo proliferare di bar, pizzerie, e altri esercizi similari». Ma è un dinamismo che non schiarisce l’orizzonte perché è «proprio il turistico/alberghiero che espelle più addetti rispetto agli alti settori».

C’è poco da stare allegri se si considera, poi, che il settore primario, l’agricoltura, è «pressocché assente», mentre «nei comuni limitrofi come nel resto della provincia, il settore primario si avvale di un consistente numero di avviamenti».
La campagna non è metropolitana, vero. Ma la dimensione urbana non ha alternative che mettono al riparo di paghe basse e sfruttamento, visto che un quinto del totale degli avviati al lavoro tra gennaio e aprile 2017, riguarda i «non qualificati» che generalmente «trovano lavoro nei servizi alle imprese» come pulitori e nelle «costruzioni» come manovali generici. Tutto nero? Beh no. «Significativo il numero dei tecnici (6,8%) e delle professioni intellettuali, scientifiche e di elevata specializzazione (6,3%)». Significativo ma pur sempre inferiore a quello dei non qualificati. Tre università e l’auotomotive non danno prospettive come pizza, birra e cambio di pannoloni.

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