Matera, borgo La Martella un gioiello dimenticato
MATERA - Data di fondazione 1953. Per purezza di linguaggio, vetta del neorealismo architettonico italiano. Modello di urbanistica per il resto del mondo. Poco più di un’anomalia per molti materani. Appena il racconto di una nobiltà decaduta nella sequenza d’immagini esposta ieri in Piazza Vittorio Veneto per iniziativa dell’Associazione culturale La Martella. Per quanto, a chi si reca sul posto l’impressione appare ancora più violenta. Il tema è quello del degrado, per la verità, non nuovo. Del resto, i soci del sodalizio, nel sintetizzare una cronistoria dell’ab - bandono partono dalla fine degli anni ‘80, quando scoppiò con un certo fragore il caso Ecopolis, zona d’espansione urbana che poco o niente ha da spartire con lo spirito progettuale degli anni ‘50, quello che aleggia nell’area in cui lavorarono maestri del calibro di Ludovico Quaroni. Ma la dolente attualità viene percepita anche alla stregua di un’occasione persa, perchè la nascita del nuovo avrebbe dovuto comportare una certa riqualificazione dell’esistente.
La realtà, come le immagini proposte raccontano, non lascia dubbi in proposito, non si interviene da decenni neppure per l’ordinaria manutenzione. Non è che i progetti non ci sono. Basterebbe fare riferimento alle risorse destinate al restauro della piazzetta, oppure ai concorsi proposti dall’Ater e conclusi da tre anni per la realizzazione di 20 alloggi. Contratto di quartiere, protocollo d’intesa che come i problemi grandi e piccoli, quelli della quotidianità, non trovano sbocco, soluzione. E c’è chi sottolinea il disagio. Con una mostra d’immagini e volantini. Eppure, si potrebbe andare oltre, tentare una lettura comparata con le sfide lanciate da uno dei padri del borgo, quell’Adriano Olivetti che sposò esplicitamente le sue iniziative al lavoro, all’impresa, all’efficienza, perchè no, al profitto, al mercato, senza rinnegare l’aspirazione al bene comune, propensione intesa anche come cultura e qualità della vita. Discorsi ardui se paragonati alle sbiadite prove più vicine ai giorni nostri. Nessuna nostalgia, è che allora si parlava di bellezza, armonia e razionalità per misurarsi con l’applicazione concreta, diretta di concetti così impegnativi.
La critica, fin troppo scoperta, fu quella di liquidare l’esperienza del borgo come prova mal riuscita, utopia. Accusa miope, debole per sottrarsi all’assunzione di responsabilità a un confronto che degenerò, per esempio, con l’invio di una circolare della Confindustria di allora a non comprare macchine Olivetti, magari la Lexicon o la Lettera 22, nomi partoriti dalla geniale inventiva di Franco Fortini. In Viaggio in Italia, di Guido Piove n e, lavoro del 1957 in cui si descrive anche Matera, così lo scrittore definì Olivetti: «è il caso più notevole esistente al mondo, almeno nel limite della mia esperienza, d’industria retta come industria (non cioé come un ente morale travestito) il cui primo scopo è perciò il successo industriale e il massimo dei guadagni: ma che nel tempo stesso vuol essere l’incarnazione di un’idea morale; ognuna delle due parole, industria e morale, ha il medesimo peso».
Facile dire che da noi, per come si sono messe le cose, non c’è chissà quale industria. Un’assenza pesante che si somma alla scarsa attenzione per un patrimonio edilizio prezioso che, in realtà, non è mai stato considerato tale e che, oggi, è la vetrina di una speranza negata, soluzioni urbanistiche ispirate, studiate nei minimi particolari e ormai prossime alla rovina, macerie di una memoria tradita. Si sente parlare di bandiere blu per le località che si affacciano sullo Jonio lucano, bandiere arancioni per alcuni borghi che riescono a tenere ancora lontana l’immagine spettrale di tanti piccoli centri dell’in - terno. E a La Martella cosa sventola? Forse una bandiera bianca, uno smacco fatto di erbacce, frammenti di discorsi aulici a un passo dalla resa incondizionata e senza gloria, di una lingua smarrita e derelitta, ormai celebrata solo sui manuali di urbanistica. L’odierna realtà del borgo è questa, rimanda al senso di una dimensione e di un significato precipitati nella desolazione e nella solitudine dell’incuria, male devastante di un’idea di riscatto, alla fine dei conti, amaramente offesa e sconfitta.