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di MASSIMO LEVANTACI

La contrazione delle superfici coltivate a grano duro è evidente, quest’anno avremo il 30% in meno del raccolto di un anno fa. Eppure il grano continua a essere un business sempre molto redditizio, per chi se ne intende però. Grazie all’ondata protezionista di organizzazioni agricole come la Coldiretti, dei cobas del grano duro come Grano Salus e di tutti quegli agricoltori sempre più stufi di subire le conseguenze delle importazioni dall’estero (memorabile l’invasione della Camera di commercio di Foggia un anno fa), sta affermandosi un movimento d’opinione che punta tutte le sue carte sulla riscoperta del grano nazionale.

«Sono sempre di più i mugnai e gli imprenditori della pasta che ci richiedono di lavorare grano italiano, noi ci stiamo adeguando a questa nuova tendenza e in futuro dovremo farlo ancor di più», conferma alla Gazzetta Francesco Casillo, uno dei più importanti produttori e stoccatori di grano del Centro-Sud, con una potenzialità di 15 milioni di quintali (su un fabbisogno nazionale che sfiora i 100 milioni) e investimenti ormai decisamente orientati verso il biologico, il made in Italy e l’affermazione del modello “pasta italiana” se passerà l’etichettatura obbligatoria sul prodotto d’origine oggi al vaglio dell’Unione europea. Ebbene l’imprenditore di Corato è al centro di un vorticoso processo di rivalutazione della materia prima che dovrebbe invogliare molti agricoltori oggi scoraggiati dai prezzi in caduta libera dei cereali, a tornare a coltivare. Ma questa è un’altra storia.

La Capitanata piuttosto è al centro di questo disegno di rivalutazione agricolo-commerciale. La data d’inizio di questo percorso può essere quella del 29 giugno scorso quando al Tribunale di Napoli il gruppo Casillo ha rilevato per 750mila euro uno dei più grandi mulini d’Europa, l’impianto dell’ex re del grano Pasquale Casillo (naturalmente solo un omonimo della famiglia di imprenditori di Corato), oggetto di una lunga traversìa giudiziaria che si trascina dal lontano 1994 e attualmente in uso, con contratto di affitto, alla società Santacroce che ha tenuto in attività i silos ma non il mulino. E’ il primo investimento “materiale” del gruppo di Corato in provincia di Foggia, dopo il Gluten free (il glutine amichevole), brevetto dell’Università di Foggia acquistato qualche anno fa.

Francesco Casillo, come mai questa attenzione per un mulino malandato da più di vent’anni e cosa intendete farne? «Il mulino ci interessa soprattutto per fare stoccaggio di materia prima. Verrà dunque ampliato per le nuove esigenze del mercato, poichè intendiamo organizzare un grosso programma di riconversione cerealicola in tutto il Centro-Sud in collaborazione con alcune organizzazioni agricole professionali. Ovviamente Foggia sarà l’hub di riferimento di questo progetto, è l’area di produzione storicamente più vocata».

Quando partirà questo piano? «Si parte subito, già dalla prossima campagna granaria dovremo essere nelle condizioni di cominciare a instaurare la filiera del grano nazionale. Abbiamo un piano triennale da portare avanti, che guardi alla cerealicoltura biologica e di qualità».

Una riconversione industriale in piena regola che spinge fuori dai confini il grano canadese. «E’ un programma ambizioso, lo riconosco. Sistemico per l’agricoltura italiana. Abbiamo bisogno di riaffermare i nostri primati e il grano duro, la pasta lo sono certamente».

Quanto hanno inciso le polemiche sul grano canadese in questa inversione di rotta? «Probabilmente molto o poco, non saprei. Però una cosa è certa: i consumatori italiani di pasta oggi sono più per un prodotto biologico, italiano, a chilometro zero. Noi che siamo i principali macinatori di grano italiano, dai pastifici riceviamo sempre più richieste che vanno in questa direzione. E dobbiamo soddisfare il mercato».

Al bando il grano estero dunque? «Non va messo al bando, perché la qualità è buona. Ma il mercato va in una certa direzione e bisogna assecondarlo. Resta un po’ di amarezza per i toni che si utilizzano in questa campagna contro il grano estero, si lascia passare il concetto che gli importatori siano dei delinquenti. Diciamo che siamo nel gioco delle parti».

Il mulino di Incoronata però verrà lasciato libero tra due anni, come farete con il vostro piano? «Troveremo un accordo con l’attuale affittuario (si legga articolo a fianco: ndr) per un veloce rilascio dell’immobile. Ci teniamo molto a far partire quanto prima il nostro programma. Il piano di riconversione avrà ripercussioni notevoli sull’agricoltura meridionale e noi ne siamo orgogliosi».

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