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Il palazzo del parco
svela i suoi segreti

Recuperati alle cave di Marco Vito il casale cinquecentesco e il ninfeo delle fate

palazzo marco Vito

di PIERO BACCA

Il recupero di un altro complesso edilizio cinquecentesco restituisce a Lecce un nuovo tassello della sua storia millenaria. Dopo l’ultimazione dei restauri delle mura urbiche e del complesso degli Agostiniani, martedì scorso è stata consegnata all’amministrazione comunale anche quella che è conosciuta come “masseria tagliatelle”, all’interno del parco delle ex cave di Marco Vito. Un complesso che risale al ‘500, impropriamente definito “masseria” ed in realtà un casale nobiliare appartenuto a Scipione De Summa, governatore della Terra d’Otranto nel 1523.

Ieri mattina, l’assessore all’Urbanistica Severo Martini, i progettisti del recupero e i responsabili della ditta Nicolì, che ha operato il restauro, hanno illustrato l’intervento ormai completato e che ora, attraverso un bando già predisposto dal Comune, dovrà essere affidato in gestione per assolvere ad una nuova funzione all’interno dello stesso parco. «Una casa palazziata che rivela elementi di grandissima qualità architettonica», ha spiegato l’architetto Corrado Cazzato, direttore del lavori, che ha ricordato come il complesso sorto nel XVI secolo abbia attraversato diverse fasi ed utilizzato con diverse funzioni, mentre più di recente era stato anche occupato abusivamente. Tanto che quando si è deciso di recuperarlo era ormai ridotto ad un rudere. Quasi delle “rovine” ma di grande interesse storico, visto che proprio alla base del manufatto edilizio è stata trovata traccia di antiche “laure” di monaci basiliani, proprio accanto a quello che è conosciuto come il “ninfeo delle fate” - pure questo restaurato - sempre risalente al ‘500, una struttura ipogea alla base del palazzo, all’interno di un grande giardino adiacente alle cave.

«Il ninfeo era un luogo d’ozio - ha detto Cazzato - un posto dove il mito vuole che le dame leccesi si ritrovassero per stare insieme e conversare. E’ composto da una grande sala con dodici nicchie all’interno delle quali ci sono dei simulacri femminili (da qui il nome delle fate). Più in basso un’altra stanza circolare con un sedile e degli elementi strutturali che fanno pensare che potesse circolare dell’acqua».

Scendendo dal palazzo verso il ninfeo si attraversa una stretta scalinata sormontata da una volta su cui è visibile un affresco sacro: due figure angeliche sotto le quali è segnata a pennello la data del 1585. La superficie coperta della masseria è di 250 metri quadri, cui si aggiungono il patio e le terrazze da cui si gode una splendida vista dell’attuale parco delle cave.

«Il palazzo era ridotto in uno stato di forte degrado strutturale - ha rammentato il direttore dei lavori - ed abbiamo seguito scrupolosamente il recupero, pietra per pietra, realizzando anche un ascensore esterno con una struttura che richiama il colore della pietra circostante. Sono state abbattute sia all’interno che all’esterno degli ambienti anche tutte le barriere architettoniche».

Il parco delle cave e la struttura cinquecentesca hanno una grande potenzialità urbanistica. Con il progetto del “ribaltamento” della stazione ferroviaria (di cui parliamo a parte) l’intera area sarà collegata con il quadrante urbano che attraverso viale Quarta accede al centro storico.

Gli ambienti interni, spaziosi e ricchi ed elementi ornamentali di grande interesse storico, sono stati recuperati pensando a diverse possibili funzioni. Al piano superiore è stata ricavata pure una foresteria, dotata di bagni e camere dove poter soggiornare e permettere anche agli studiosi di ritirarsi e dedicarsi ad attività di ricerca.

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