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violenza sulle donne

Estetista uccisa a Mola
«Condannate l'amante»

Il Pm chiede in Assise 28 anni di carcere per Antonio Colamonico

Estetista uccisa a Mola «Condannate l'amante»

Isabella maselli

L’avrebbe brutalmente uccisa, poi avrebbe dato alle fiamme il corpo e infine tentato di depistare le indagini per allontanare i sospetti da sé. Antonio Colamonico, 36enne, imputato dinanzi alla Corte di Assise di Bari per l’omicidio della 29enne italo-brasiliana Bruna Bovino, uccisa il 12 dicembre 2013 nel centro estetico che gestiva a Mola di Bari, rischia ora una condanna a 28 anni di carcere. Il delitto, ritiene la Procura di Bari, sarebbe maturato durante un litigio perché l’uomo aveva deciso di troncare una relazione con la vittima e tornare con sua moglie.

Il Procuratore aggiunto Lino Giorgio Bruno, al termine di una requisitoria durata circa cinque ore, ha chiesto che venga riconosciuta la responsabilità di Colamonico con riferimento all’omicidio volontario e anche al successivo incendio doloso, appiccato secondo l’accusa per cancellare le prove del delitto appena compiuto. Il corpo della vittima, infatti, fu trovato semicarbonizzato sul pavimento del centro estetico, fra brandelli di indumenti e sangue. Gli accertamenti medico-legali hanno tuttavia consentito di individuare come causa della morte non il rogo, ma le ferite alla base del collo provocate da circa 20 colpi sferrati con un paio di forbici e poi lo strangolamento.

Colamonico, difeso dagli avvocati Nicola Quaranta e Massimo Roberto Chiusolo, è in carcere perché sospettato di essere l’autore del delitto dal 9 aprile 2014 e oggi era nella cella dell’aula della Corte di Assise. Fra il pubblico c’erano i suoi familiari e numerosi amici e parenti della vittima. Nel processo sono costituiti parti civili la Regione Puglia, le due associazioni anti-violenza «Giraffa Onlus» e «Safiya Onlus» e i parenti della vittima.

Si tornerà in aula nelle udienze del 19 e 26 giugno per le discussioni di parti civili e difesa, mentre la sentenza è prevista per il prossimo 3 luglio.

La requisitoria della Procura ha analizzato tutte le fasi del delitto, fin dal presunto litigio tra la vittima e l’imputato per la fine della loro relazione. Tra i due ci sarebbe stata una colluttazione che avrebbe provocato anche sul volto e sulla mani dell’uomo piccole lesioni dovute a graffi, unghie e ustioni. La donna, cioè, avrebbe tentato di reagire e difendersi all’aggressione. Dopo essere stata colpita al capo, però, sarebbe caduta sul pavimento e lì, a cavalcioni su di lei, Colamonico l’avrebbe ripetutamente colpito fino a strozzarla e ad ucciderla. «Una morte lenta - ha detto il Pm - durata diversi minuti». Per cancellare ogni traccia avrebbe poi appiccato il fuoco al locale utilizzando alcune candele.

Subito dopo l’imputato, ipotizza la Procura, avrebbe tentato di allontanare i sospetti da sé telefonando al cellulare della vittima e occultando forbici e telefoni. A carico di Colamonico, stando alle indagini dei Carabinieri, coordinati nelle indagini dai Pm Bruno e Antonino Lupo, ci sono anche l’esito degli accertamenti sulle celle telefoniche, che posizionerebbero il 36enne sul luogo del delitto a quell’ora, e le tracce di dna dell’uomo trovate sotto le unghie della vittima e nel centro estetico.

Secondo la Procura «le prove raccolte non lasciano spazio ad alcuna ipotesi alternativa che non conduca inevitabilmente ed univocamente ad una responsabilità di Colamonico».

Il pm ha definito l’omicidio maturato in un «dolo d’impeto» che «non merita attenuanti».

Al termine della requisitoria l’accusa ha evidenziato anche le presunte menzogne dette dalla moglie dell’imputato per coprire il marito, chiedendo alla Corte di trasmettere gli atti per falsa testimonianza.

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