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PIERO MIOLLA

Oltre le cifre. Il vero pericolo, in Basilicata, sembra essere quella sorta di necessità indotta, quasi obbligatoria, di ricorrere allo «strozzino» di turno. Obbligatoria vista la lontananza o la freddezza del mondo reale, quello rappresentato da istituzioni e banche. Ciò che colpisce in misura maggiore sul fronte dell’usura, nella nostra regione, è proprio questo. La necessità che fa crescere l’allarme, fino a farlo diventare sempre più alto. Quasi a rappresentare una sorta di «mondo di mezzo» ben occultato rispetto a quella superficie tutta lucana fatta di «tuttapostismo» e di oasi felici che, ormai, non c’è più. Le dimissioni di Egidio Basile, Commissario regionale per le iniziative antiracket e antiusura della Basilicata, hanno riproposto con estrema urgenza la necessità di riannodare i fili di un discorso, quello della piaga dell’usura, appunto, che nella nostra regione sembrerebbe quasi “snobbato” dal Palazzo.

Non a caso, Basile parrebbe aver gettato la spugna proprio per una sorta di «indifferenza» della politica. Quella stessa politica che lo ha nominato. Non a caso, tanto don Marcello Cozzi, quanto don Basilio Gavazzeni, presidenti delle uniche due fondazioni che operano in Basilicata su questo fronte, hanno manifestato rammarico per le dimissioni di Basile. Rammarico non solo umano, si badi bene, quanto soprattutto pratico. Perché il gesto dell’ormai ex Commissario no ha fatto altro che svelare quel distacco della politica rispetto ad una tematica così drammatica. Una tematica che non perdona indugi, linguaggio e tempi burocratesi.

Per impedire che l’imprenditore di turno o anche un cittadino qualunque in difficoltà economiche si rivolga allo strozzino, non si possono attendere i tempi della burocrazia. Proprio questo è il messaggio lanciato da don Cozzi e don Gavazzeni: i soldi che la Regione ha impegnato per le fondazioni e, in pratica, per le persone bisognose, dove sono? È opportuno che il Palazzo si svegli. Che comprenda che la strada verso lo «strozzino» e l’incubo chiamato usura è breve. Se imboccata, è difficile poi venirne fuori. L’indebitamento delle famiglie lucane cresce. Anzi, sarebbe abbondantemente oltre i limiti di guardia e gli strozzini sono dietro l’angolo. Anche perché il sistema creditizio gioca il proprio ruolo, visto che continua a prendere senza concedere niente.

Si dimostra sempre più spietato, se è vero come è vero che il numero di coloro che sono respinti dalle banche sta aumentando in misura esponenziale. Che l’allarme usura cresca in Basilicata, lo ha ribadito di recente anche un’indagine dell’Eurispes, che ha assegnato alla provincia di Potenza un punteggio pari a 74,48 di Input (Indice di Permeabilità dell’Usura sul Territorio). Punteggio che posiziona il capoluogo lucano non lontano dal primo posto, occupato da Parma con 100. Insomma, il fenomeno dell’usura nel territorio lucano è molto più grave di quanto non si possa (e si voglia) vedere. Coinvolge famiglie, commercianti e piccoli imprenditori. Sempre più in “bolletta”, sempre più con l’acqua alla gola. Sempre più bisognosi di aiuto e comprensione che, invece, in questa epoca dominata dalla globalizzazione e dalla finanza, sembrano essere scomparsi.

Il fenomeno, ovviamente, non è solo lucano. Basti pensare che, sempre dall’indagine Eurispes, emerge che il 12 per cento delle famiglie italiane, negli ultimi due anni, si sarebbe rivolto a soggetti privati per ottenere un prestito, non potendolo ottenere dal sistema bancario. Non da meno il settore produttivo, visto che il fenomeno riguarderebbe un’azienda su 10 in agricoltura, nel commercio e nei servizi. Insomma, è emergenza vera e propria e chi la combatte, come don Cozzi e don Gavazzeni, non possono non mostrare preoccupazione sconcerto.

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