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In Puglia e Basilicata

Il ritratto

I micro-ortaggi di Lella
che battono il tempo

I micro-ortaggi di Lella  che battono il tempo

Lella Miccolis

02 Aprile 2017

di Arturo Guastella

«Se un sorriso illumina il viso, anche la parola divien armonia di flauto». In realtà l’epigramma di Marco Argentaro, un poeta latino del primo secolo a.C. non parla di flauto, quanto di «aulòs», quello strumento musicale, cioè, con il quale gli aedi, i cantori greci, solevano recitare nell’agorà delle Poleis musicandoli, i versi di un Teocrito, di un Alcmane o dello stesso Omero. Ora, soddisfatto il narcisismo del vostro cronista che, in appena un paio di righe, è riuscito a citare ben quattro poeti antichi, la caratteristica piazza della «Città-Stato» greca, i cantastorie del tempo di Zeus e chissà che altro, parliamo di lei, di Clelia Miccolis.

Le uniche due «concordanze» con Marco Argentaro, sono il suo nome romano e il suo sorriso. Già, perché la dottoressa Miccolis, in quanto ad affinità, ne avrebbe di più con Eratostene (rieccoci), lo scienziato, direttore della famosa Biblioteca Alessandrina, che riuscì a misurare, nel III secolo a.C. il diametro della Terra con una approssimazione di appena qualche metro, Lavoisier o Marcello Malpighi, dato che, per la sua laurea in Biologia, con il massimo dei voti e la lode, più che alla poesia melica si dovrebbe ascrivere alla ricerca scientifica. E Clelia Miccolis, per gli amici, Lella, per un certo periodo era convinta che la sua vita si sarebbe svolta tra provette, storte e alambicchi. «Solo che - ricorda - la routine del laboratorio, non solo mi annoiava, ma riusciva perfino a deprimermi e, se devo riconoscere un merito a quel periodo, è quello di avermi fatto incontrare un chimico di belle speranze e di bell’aspetto, Marino Mongelli, che è poi diventato mio marito e mio socio».

Ha detto proprio «socio», Lella Miccolis, introducendo così il suo percorso professionale attuale che l’ha portata ad essere una imprenditrice di successo, con ben tre opifici, due a Laterza ed uno a Giovinazzo, un fatturato di oltre cinque milioni di euro, una cinquantina di dipendenti, fra cui due ingegneri, altrettanti commercialisti, una biologa e una ventina di agenti. Ma prima di parlarne, uno sguardo a lei, a questa bella e giunonica signora quarantenne, dalla risata franca e comunicativa che, nel poco tempo libero che le lasciano i suoi tanti impegni, si impegna anche nel volontariato e, nello specifico, nell’aiuto a coloro che sono affetti dal morbo di Alzheimer. «Un male terribile – si commuove – che ha colpito un membro della mia famiglia, del quale ho dovuto vedere sfiorire, giorno dopo giorno, intelligenza e ricordi, proprio come una rosa che perde i suoi petali».

La parentesi dolorosa viene chiusa, ma non abbastanza in fretta da farle cancellare il velo di tristezza che le adombra il viso e farle tornare un sorriso. «Parliamo di affari», allora. E, qui, Lella Miccoli torna a rianimarsi, raccontando di quella sua decisione di non volersi intristire nel mondo dei reagenti e delle piastre microbiologiche, ma di volere percorrere strade nuove, quella, ad esempio, in Puglia ancora poco esplorata, del «compostaggio» dei rifiuti solidi. Allora via a Milano a seguire un apposito corso, andando a fare tirocinio laddove questo trattamento era impiegato da anni.

L’idea era buona, ma dove trovare i finanziamenti e, soprattutto, come stilare quel benedetto «business plan», un «anglicanismo» che pareva la parola magica per scardinare porte (quelle delle banche, soprattutto) altrimenti ben inchiavardate? «Notti insonni -racconta- insieme a Marino per studiare questo piano, ma soprattutto, per convincere che il nostro progetto fosse vincente». E l’idea era davvero vincente, se un ente pubblico come Italia-Lavoro (ora Invitalia), finanziò il progetto con ben cinque miliardi di vecchie lire (si era nel 2000), sostanziando di contenuti una iniziativa le cui premesse erano apparse davvero promettenti. Così prese il via la prima società, la Progeva, con lo stabilimento a Laterza e che, in pochi anni, riuscì a farsi un nome e non soltanto in ambito regionale.

Poi, fu la volta della Fertileva, stavolta a Giovinazzo, per la produzione di fertilizzanti in agricoltura e nel florovivaismo. Anche, stavolta, un successo, tanto che l’ultima nata, la Porto-Gourmet, facendo leva sulle esperienze tecniche e scientifiche delle altre due società, si è lanciata nel settore della produzione di micro-ortaggi alimentari, che, a quanto pare, sono in grado di resistere nei frigoriferi domestici molti più giorni degli ortaggi freschi, pur presentando le stesse caratteristiche organolettiche, ma, soprattutto, gli stessi sapori. Fin qui gli affari.

Ma al vostro curioso cronista interessava altro. Intanto quel lieve accento emiliano della nostra interlocutrice e, poi, quella desinenza di «eva» delle sue aziende: si trattava forse di un acronimo? «Giovanni - risponde - il mio indimenticabile papà, era un poliziotto e fu trasferito da Noci, la città sua e di mia madre Angelina, a Bologna, ed è qui che sono nata e vissuta fino ad otto anni e che mi porto sempre nel cuore, anche se ora, ho casa a Martina Franca e mi sento sempre più legata a Taranto, anche perché è qui che è nata la mia bellissima figlia undicenne, Anna». «Eva, poi - continua - non è un acronimo, ma come nella la filogenesi biblica, la compagna di Adamo è la madre di tutti. Perché non anche delle mie intraprese?».

E sorride maliziosa a questo ardito accostamento e se il vostro cronista non fosse sicuro che un'altra citazione vi farebbe ripiegare il giornale, sproloquierebbe sugli «Aitìa», le origini di tutte le cose, cioè, del grande poeta ellenistico Callimaco, cui, tra l’altro pare fosse venuta l’ulcera quando, alla direzione della Biblioteca Alessandrina, gli fu inopinatamente preferito Eratostene. A lui che ne era stato il vicedirettore per molti anni… Per la denominazione dell’ultima sua azienda, Porto-Gourmet, ora è tutto chiarissimo: Clelia Miccolis non ha mai dimenticato la buona cucina emiliana.

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