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In Puglia e Basilicata

La storia del mediano del Vieste

Il viaggio di Cesar, l'ivoriano
che sognava un pallone

Viaggio di Cesar, ivoriano che sognava un pallone

Kouassi Guy Cesar Kouame, 21 anni

29 Marzo 2017

di NICOLA LAVACCA

Giovani migranti che lasciano l’Africa per fuggire dalla disperazione, dalla guerra, e che ritrovano la gioia di vivere inseguendo un pallone sui nostri campi polverosi di periferia. Ma c’è chi sin da piccolo ha coltivato il sogno di diventare calciatore tentando l’avventura senza avere certezze, magari finendo nelle grinfie di sedicenti procuratori senza scrupoli che pur di guadagnare soldi mandano allo sbaraglio ragazzi inermi. E’ la storia emblematica di Kouassi Guy Cesar Kouame, mediano tutto cuore e grinta dell’Atletico Vieste che disputa l’Eccellenza, partito a soli 15 anni dalla Costa d’Avorio in cerca di fortuna nella vicina Guinea-Bissau con la speranza di poter raggiungere un giorno l’Eldorado.

«Da bambino giocavo a pallone per strada - racconta - Mi vide all’opera uno di quei procuratori che fanno solo promesse illusorie. Parlò con i miei genitori promettendo loro, in cambio di denaro, che mi avrebbe inserito in una squadra della Guinea-Bissau. Io e altri undici ragazzi viaggiammo in macchina fino alla capitale Bissau. Ma lì non trovammo nessuno ad accoglierci. Insomma fummo completamente raggirati dal nostro accompagnatore che nel frattempo era scappato col denaro».

Cesar provò un senso di smarrimento e pianse molto. «Gli altri ragazzi partiti con me tornarono indietro. L’unica ancora di salvezza era il mio amico Moussa. Insieme decidemmo di andare in Libia pur sapendo di essere dei clandestini. Un viaggio lunghissimo di cinque giorni attraversando il deserto con mezzi improvvisati. A gennaio del 2011 arrivammo a Tripoli. Volevamo giocare a calcio in una formazione del posto. Ma scoppiò la guerra e fummo costretti a fuggire».

Come per tanti altri connazionali africani il sogno di approdo era l’Italia. «Io e Moussa c’imbarcammo su un gommone il 27 maggio 2011. Eravamo circa 350 persone, tra cui molti bambini, stipate come sardine. Essendo minorenne non diedi soldi allo scafista. Un viaggio terribile durato tre giorni, col buio della notte che faceva paura. Avevo mal di pancia, non riuscivo a mangiare per i continui conati di vomito. Poi, sbarcammo a Lampedusa soccorsi dalla guardia costiera».

Venne dirottato a Palermo per poi essere trasferito a Piana degli Albanesi. Da lì un altro viaggio estenuante fino all’arrivo in Puglia nel giugno del 2012, dove Cesar venne accolto dalla comunità educativa «La Ruota» del Villaggio Don Bosco di Lucera. L’allenatore del Monte Sant’Angelo, Celestino Ricucci impressionato dal suo talento lo portò in squadra in Prima categoria.

«Pochi giorni dopo aver compiuto 17 anni feci finalmente l’esordio in un campionato italiano anche se tra i dilettanti, conquistando tra l’altro la Promozione. Un qualcosa di unico e irripetibile».

Da tre stagioni l’intrepido Cesar è un duttile centrocampista del Vieste. Piedi buoni, grinta da vendere e umiltà. In quell’angolo suggestivo del Gargano è stato circondato da tanto affetto, uno splendido esempio d’integrazione sociale. «Tutti mi vogliono bene, i tifosi mi stimano molto e mi incoraggiano. Sono fidanzato con una splendida ragazza del posto, Rosaria. Stravedo per Del Piero. Ho 21 anni, la mia speranza è di continuare a fare il calciatore e magari di trovare un lavoro».

Il cuoio con le sue traiettorie imprevedibili regala emozioni ed un futuro diverso a questi intrepidi ragazzi di colore che spesso vanno incontro ad un destino ignoto. Come amava dire Eugenio Montale «scopo della vita è quello di farcela e gli artisti del piede ce l’hanno fatta, anche per l’entusiasmo che destano».

A volte correre dietro ad un pallone può dare un senso di libertà. Lo sa bene Cesar che dopo aver lasciato l’Africa, fra tormenti e traversie, ha temuto di non vedere più la luce.

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