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La Procura di Bari: calunniato un poliziotto

Fabio e Mingo, altri guai: «Hanno
inquinato le indagini su di loro»

La Procura di Bari: calunniato un poliziotto

Fabio e Mingo, altri guai: «Hannoinquinato le indagini su di loro»

di GIOVANNI LONGO

Non c’è solo l’ipotesi di avere truffato Mediaset, realizzando servizi taroccati andati in onda su Striscia la Notizia. Adesso, l’attore barese Mingo De Pasquale è anche accusato di avere messo su un disegno per inquinare le indagini condotte proprio in relazione a quei servizi. Al fine di «assicurarsi l’impunità», insomma, avrebbe di fatto lanciato false accuse nei confronti degli inquirenti, sapendoli innocenti.

Se il pm barese Isabella Ginefra ha chiesto il rinvio a giudizio per Mingo, sua moglie Corinna Martino e la segretaria (quest’ultima accusata solo di favoreggiamento) in relazione alla presunta truffa ai danni di Antonio Ricci, nei giorni scorsi il procuratore aggiunto Pasquale Drago ha fatto notificare un avviso di chiusura indagini per calunnia e oltraggio a pubblico ufficiale. La seconda parte della storia inizia nel luglio scorso, quando la signora Martino, moglie di Mingo, deposita un esposto in Procura nel quale «incolpa falsamente» un poliziotto che, su delega del pm, indagava sui servizi taroccati. A suo dire avrebbe di fatto estorto dichiarazioni dai testimoni e manipolato verbali. Gravissime accuse, però, «palesemente smentite» dagli stessi testimoni. L’investigatore, noto per la sua professionalità e dedizione, premiato con decine di encomi, ha agito correttamente. Di qui l’accusa di calunnia per Martino.

Proprio mentre la Procura stava chiudendo le indagini sui presunti servizi taroccati, quelli che hanno causato il licenziamento in diretta a mezzo Gabibbo, tutto viene rallentato. All’esposto, infatti, segue una denuncia querela a firma di Mingo e del «buon Fabio» De Nunzio nella quale vengono ribadite le pesanti accuse. Si parla di «interessi personali nella conduzione delle indagini» da parte del poliziotto e del clima in terrore che avrebbe instaurato durante le audizioni. Insomma, le indagini sarebbero state viziate e alterate. Nello studio romano dell’avvocato Fabio Verile, che assiste gli artisti, a metà settembre, viene persino convocata una conferenza stampa nella quale, forse, qualcuno ha confuso il palco con la realtà, e in cui tra un sorrisetto e una battutina sagace, Mingo e il suo legale affondano colpi irriverenti offendendo, ritiene oggi la Procura, l’onore e il prestigio dell’investigatore. Il tutto amplificato dalla pagina Facebook di Mingo. Inutile dire che, anche queste accuse, vengono «palesemente smentite dalle persone informate sui fatti». Tutti i testimoni (17 in tutto) ribadiscono l’infondatezza dell’accuse mosse al poliziotto. Le accuse di abuso d’ufficio e falso a carico del poliziotto si sciolgono. False le accuse mosse all’investigatore, falsi anche, dice l’accusa, almeno dieci servizi andati in onda tra dicembre 2012 e dicembre 2013, con costi ribaltati a Rti, senza che in realtà fossero dovuti dalla società.

Una nota spese gonfiata dopo l’altra, si è arrivati a una presunta truffa ai danni di Mediaset che si aggira sui 170mila euro, per la quale la Procura ha chiesto il rinvio a giudizio per Mingo e sua moglie. Ma non per Fabio. Tra finzione e realtà, il paradosso, per lui, è proprio questo: avrebbe calunniato chi ha contribuito a svolgere indagini per lui concluse con una richiesta di archiviazione, essendo risultato estraneo ai fatti. Per questo, assistito dal suo difensore, avvocato Alessandro Iacobellis, chiederà di essere interrogato.

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