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di MIMMO MAZZA

TARANTO - Un Riva ammette le responsabilità della sua famiglia nella gestione dell’Ilva. Non un Riva qualsiasi ma Claudio Riva, presidente dell’unica società (Riva Forni Elettrici) rimasta in piedi dopo lo tsunami giudiziario dell’estate 2012, e di fatto colui il quale tiene le redini degli affari di famiglia dopo la morte del patron Emilio.

Chi protesta - non senza qualche ragione - sui ritardi di un processo che stenta a iniziare, dovrebbe leggersi le carte sinora depositate per rendersi conto che non si è comunque all’anno zero e che se con l’incidente probatorio svoltosi dinanzi al giudice Patrizia Todisco sono state incamerate le prove sugli effetti letali delle emissioni del siderurgico, con le richieste di patteggiamento di Ilva e Riva Forni Elettrici si è compiuto un ulteriore passo in avanti verso la scoperta della verità su quanto accaduto dentro e fuori lo stabilimento di Taranto negli ultimi 20 anni. Certo, l’Ilva da tre anni è guidata da commissari di nomina governativa che dunque, non avendo legami con la vecchia proprietà né interessi patrimoniali diretti nell’azienda che è arrivata a macinare anche un miliardo di utili all’anno a metà anni 2000, non hanno fatto fatica, sia pure supportati da una perizia al riguardo, a sposare la tesi della Procura.

Secondo la pubblica accusa, «l’Ilva è stata - testualmente - lo strumento attraverso cui la famiglia Riva ha gestito l’attività di impresa nel sito produttivo di Taranto in condizioni di illiceità (nell’intervallo temporale ricompreso tra il 1995 ed il 2013), omettendo ingenti investimenti sul piano della tutela ambientale, così maturando un indebito risparmio di spesa,e determinando di conseguenza ingenti danni diffusi all’ambiente ed alla salute nel sito di Taranto».

Ecco perché, leggere la firma di Claudio Riva sotto le cinque pagine con le quali Riva Forni Elettrici chiede il patteggiamento della sua posizione, non può passare inosservato.

Nell’atto si legge, tra l’altro, che il contestato illecito amministrativo alle società Ilva, Riva Fire e Riva Forni Elettrici sarebbero stato compiuto anche tramite «l’impiego di personale fiduciario all’interno dello stabilimento che rispondeva direttamente alle direttive della controllante Riva Fire Spa con il compito precipuo di massimizzare la produzione al fine dell’ottenimento del massimo di profitto a scapito delle criticità ambientali e di sicurezza degli impianti dello stabilimento».

Le società inoltre «nell’espletamento degli adempimenti previsti dalle norme vigenti in materia di tutela e di prevenzione degli incidenti rilevanti e di igiene e sicurezza sul lavoro, agendo nell’interesse ed a vantaggio delle medesime società, cagionavano danni ambientali nonché fatti corruttivi associandosi tra loro allo scopo di commettere i reati di cui ai capi soprindicati, non provvedendo all’attuazione delle misure di sicurezza, prevenzione e protezione dell’ambiente e della salute e sicurezza dei lavoratori di cui lo stabilimento siderurgico di Taranto necessitava».

Quindi, «il profitto derivante dagli illeciti amministrativi in contestazione, rappresentato dal risparmio di spesa, può e deve essere ricondotto a Riva Fire spa».
Firmato, appunto, Claudio Riva.

Certo, Claudio Riva, proponendo l’applicazione di una pena pari a una sanzione pecuniaria di 2 milioni di euro, ha tutto l’interesse ad uscire quanto prima dal processo e far navigare la società Riva Forni Elettrici, nata da una scissione dalla capogruppo Riva Fire nel settembre del 2012, a due mesi dagli arresti e dal sequestro dello stabilimento di Taranto, in acque sicure, ma la condivisione del teorema accusatorio non può passare inosservata e sicuramente avrà un peso quando il processo, nel quale resteranno i dirigenti e quei fiduciari che avrebbero adempiuto agli ordini della società, inizierà.

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Commenti all'articolo

  • nico.marino

    18 Gennaio 2017 - 17:58

    Molti diranno: “lo sapevamo già”; si è vero; ma queste ammissioni pubbliche possono dare ulteriori motivazioni a tutti coloro che pure hanno sempre saputo e sempre taciuto, e non mi riferisco solo al . . . ”personale fiduciario”, ma a tutti coloro che ruotavano attorno all’ILVA, soprattutto politici e sindacalisti. Tutti abbiamo la possibilità di fare qualcosa se vogliamo davvero che il nostro ter

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