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È in amministrazione straordinaria

Ilva, dopo gli accordi
scompare Riva Fire

La cassaforte di famiglia che pagherà 1,3 miliardi

Ilva, dopo gli accordi  scompare Riva Fire

L'Ilva di Taranto

di Mimmo Mazza

TARANTO - Riva Fire non esiste più (ha cambiato denominazione in Partecipazioni industriali). La storica cassaforte della famiglia Riva (Fire era l’acronimo che stava per Finanziaria Industriale Riva Emilio), società capogruppo che controllava l’Ilva, da venerdì scorso si trova in amministrazione straordinaria, così come chiesto dal liquidatore Andrea Rebolino al termine di un percorso iniziato nel febbraio del 2015 quando fu messa in liquidazione. Il ministero per lo sviluppo economico ha nominato quali commissari Enrico Laghi, Piero Gnudi e Corrado Carruba, ovvero gli stessi commissari dell’Ilva in amministrazione straordinaria.

Si tratta della mossa successiva all’accordo firmato la settimana scorsa tra la famiglia Riva e i commissari Ilva, accordo che prevede il trasferimento all’ilva - al fine di decontaminare e ambientalizzare lo stabilimento di Taranto - del miliardo e 300 milioni di euro sequestrato in Svizzera dalla Procura di Milano in un procedimento penale che vede Riva Fire quale parta lesa.

Chiusa quella partita, con il ritiro dei vari contenziosi civili sorti tra le parti, si è passati alla messa in amministrazione straordinaria. Spetterà dunque a Laghi-Gnudi-Carrubba gestire l’ex Riva Fire, che ora ha assunto il nome di Partecipazioni Industriali in amministrazione straordinaria e in tale veste, formale e giuridica, oggi alla Corte d’assise di Taranto, dinanzi alla quale riprenderà il processo «Ambiente svenduto», sarà chiesto un termine a difesa per poter proporre istanza di applicazione della pena.

Sono invece già firmati e pronti gli accordi per il patteggiamento che la Procura di Taranto, sotto la regia del procuratore capo Carlo Maria Capristo, ha sottoscritto con l’Ilva in amministrazione straordinaria e Riva Forni Elettrici, intese che saranno depositate stamattina e che porteranno la Corte d’assise a stralciare le relative posizioni, con l’invio degli atti al presidente del Tribunale, Franco Lucafò, che dovrà decidere se incaricare di verificare la congruità delle intese raggiunte una nuova Corte d’assise oppure un collegio del Tribunale penale.

Gli accordi per l’applicazione della pena per Ilva e Riva Forni Elettrici, come anticipato dalla «Gazzetta», prevedono per la prima società 8 mesi di commissariamento giudiziale (con commissari sempre il trio Laghi-Gnudi-Carrubba) al posto della prevista interdizione dall’attività; 241 milioni di euro di confisca quale profitto indebito ottenuto dall’azienda nel periodo compreso tra il 2009 e il 2013 e 2 milioni di euro a titolo di sanzione. I soldi sono in moneta fallimentare perché si tratta di una società che si trova in stato di insolvenza, ma si tratta comunque di un credito privilegiato e dunque non si dispera che buona parte di quei soldi possano essere utilizzati per bonificare l’acciaieria e metterla a norma. Riva Forni Elettrici, invece, pagherà una sanzione di un paio di milioni di euro.

Ilva, Riva Forni Elettrici e ex Riva Fire si trovano alla sbarra nel processo «Ambiente svenduto» ai sensi della legge 231 del 2001 che disciplina la responsabilità amministrativa delle imprese per fatti-reato commessi da proprietari, dirigenti e dipendenti.

Stamattina la Corte d’assise dovrà preliminarmente decidere sulle questioni preliminari proposte dal collegio difensivo nelle precedenti udienze, prima e più importante la richiesta di trasferimento del processo a Potenza in quanto i magistrati tarantini sarebbero tutti parti lese o danneggiate dai reati contestati a proprietari e dirigenti del siderurgico. Quando la questione fu sollevata ci furono moltissime polemiche perché, tra l’altro, furono anche mostrati gli indrizzi di alcuni magistrati per dimostrare che abitavano negli stessi stabili di cittadini che avevano presentato costituzione di parte civile per chiedere i danni subiti dall’attività dell’Ilva. Il clima poi si è disteso, come dimostrano in maniera eloquente gli accordi raggiunti per far uscire dal processo le tre società imputate, ma è evidente che la questione rimane e andrà risolta, proprio stamattina. Sul tappeto poi ulteriori rilievi posti da singoli difensori sull’utilizzabilità dell’incidente probatorio e di singoli atti di indagine, sullo stralcio di alcune posizioni (in particolare quelle dell’ex presidente della Regione, Nichi Vendola, e dell’ex presidente della Provincia di Taranto, Gianni Florido).

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