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pregiudicato barese

«Ho ucciso il boss
corteggiava mia moglie»

omicidio Caracciolese

BARI - Ha confessato di aver ucciso il boss del quartiere San Pasquale di Bari Giacomo Caracciolese perché aveva corteggiato sua moglie. Il pregiudicato Donato Cassano ha ammesso per la prima volta il delitto, commesso il 5 aprile 2013, nella prima udienza del processo dinanzi alla Corte di Assise di Appello di Bari in cui sono contestati anche altri due fatti di sangue, il triplice omicidio di Vitantonio Fiore, Antonio Romito e Claudio Fanelli (uccisi al quartiere San Paolo di Bari il 19 maggio 2013) e il tentato omicidio del pregiudicato Domenico Catalice di due giorni prima. Cassano, già condannato in primo grado a 30 anni di reclusione, ha confessato di aver ucciso Caracciolese per motivi personali, aiutato dal cognato - poi ucciso in risposta a quel delitto - Vitantonio Fiore.

Nell’udienza in cui sono imputate sette persone, dopo la costituzione delle parti - parti civili come in primo grado il Comune di Bari e i familiari di Fanelli - e la relazione del presidente della Corte, Raffaele Di Venosa, la pubblica accusa, rappresentata dallo stesso pm che ha coordinato le indagini del primo grado, Roberto Rossi, ha chiesto di depositare atti integrativi di indagine costituiti soprattutto da dichiarazioni di pentiti. Il processo è stato rinviato al prossimo 2 novembre per consentire alle difese di prendere visione di questa documentazione.

In primo grado, al termine di un processo celebrato con il rito abbreviato, i sette imputati erano stati condannati a pene comprese fra l’ergastolo e un anno di reclusione, escludendo per tutti l’aggravante del metodo mafioso (per il triplice omicidio Nicola Fumai all’ergastolo, per l’omicidio Caracciolese Donato Cassano a 30 anni, per il tentato omicidio Cantalice Vito De Tullio a 20 anni di reclusione, Vito e Luigi Milloni e Michele Lanave a 12 anni di reclusione, Giuseppe Ranieri a 1 anno per favoreggiamento personale).
Oltre ai difensori degli imputati, anche la Procura ha impugnato la sentenza chiedendo il riconoscimento dell’ aggravante mafiosa, esclusa dal gup perché gli agguati furono definiti dal giudice «delitti di onore».

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