Martedì 21 Maggio 2019 | 16:15

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Domani alle 21, in Largo Adua, per la rassegna «Del racconto, il film» di G. Visitilli verrà proiettata per la prima volta a Bari la docufiction «Varichina», regia di Mariangela Barbanente e Antonio Palumbo. Con i registi, gli attori Totò Onnis e Ketty Volpe, Alberto Selvaggi, giornalista e autore dell’articolo che ha ispirato il film, la scrittrice Viola Di Grado col suo libro «Bambini di ferro» e Luciana Delle Donne, fondatrice di «Made in Carcere».

di ALBERTO SELVAGGI

Sono qui, depositato su questa pagina con il compito di raccontare come, perché, quando decisi di resuscitare con un’inchiesta biografica il seppellito che risponde al nome di Lorenzo De Santis, nell’arte della vita ricchione «Varichina», abominevole, pirotecnico sottoproletario ilarotragico. E di come, e perché l’alfiere della diversità urlata per strada negli anni Settanta e Ottanta come oggi nei Gay Pride sia stato poi risucchiato in una pellicola cinematografica che si ispira liberamente a quanto avevo redatto.

Beh, per tante ragioni. Che mi riguardano e non mi riguardano, ovvero che compendiano la strategia del mio mestiere, e che esulano da questa, perdendosi nei meandri intraducibili che si chiamano anima.

Anni fa decisi di inaugurare sulla «Gazzetta» una rubrica sperimentale: il mio spazio domenicale «Quadretti Selvaggi», che ho sospeso per l’estate causa deboscia montante. E nella lista dei temi da affrontare c’era ai primi posti questo appunto: «La storia sconosciuta di Varichina». Perché ero certo che fosse un tema giornalisticamente esplosivo e che il figuro panzuto avesse segnato come nessuno l’immaginario di Bari.

Solo che c’era un problema: l’ignoto. Nessuno sapeva come si chiamasse. Nessuno sapeva dove abitasse. Nessuno sapeva se era morto o vivo, se ancora in Puglia o nel nord Italia.

Per cui, terrorizzato dal mostro che si chiama Fatica, rimandai per mesi l’investigazione, e poscia per uno o due anni. Finché una sera in redazione presi a menarmela, quasi angosciato, con Armando Fizzarotti e altri, allora miei vicini di banco. Simile a un crociato abbagliato da folgorazioni sataniche, immaginavo la mia inchiesta, genere Watergate versione comica trash barivecchiana, sempre tenendo il mio sedere vuoto incollato alla poltrona che è la mia casa. Finché Armando, al mio «e scoprire dov’è, se è crepato», rispose guardando fisso innanzi: «E infine trovare la tomba e fotografarlo sulla lapide: questo sarebbe il vero scoop da Pulitzer cozzalo».

Io fissai Armando, estatico. Ma interiormente mi invasai. Maledizione! Basta! Muovi lo deretano dalla poltrona blu ergonomica, Selvaggi, batti anche sessualmente la strada affinché il lume di Varichina nuovamente, in nome di tutti i ricchionismi, ci irradi.

Il mattino seguente parlottavo con cata-recchie iper-stagionate. Un paio, prossimi alla fossa o quasi. «Varikinik» è di sicuro schiattato! Di là, mediante metodi non proprio ortodossi risalgo all’intera genia varichinese, comprese presunte destinazioni tombali. Circolando con la mia borsettuccia verde a fiorellini, che credo si veda pure nel film e che tengo conservata come santuario, pattuglio il Libertà, interrogo delinquenti iridati e vegliardi rinco o arrapati, sempre più bramoso di morte, di sangue, che è vita, la vita nostra, ragazzi. Setaccio l’Anagrafe, piombo nel Cimitero di Bari, da’ qua i registri ragazza!, «ma… che fa… Ouuu!», finché lo becco, là sul marmo, in alto, nella Chiesa funeraria, sì sei tu, lo so, e ti fotografo pure, l’aveva detto Armando. E piango, in fondo, se sapessi piangere.

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