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Bari, il portiere Frattali rinnova fino al 2023

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di GIUSEPPE DE TOMASO

Paese davvero unico l’Italia. Mentre la stagnazione permane, mentre il terrorismo islamico attenta alla sicurezza europea e stronca sul nascere ogni previsione sulla ripresa economica del Vecchio Continente, la classe politica non trova di meglio che occuparsi della cannabis e la gente comune non riesce a distaccarsi dalla notizia dell’estate: l’acquisto di Gonzalo Higuaìn da parte della Juve. Chissà. Forse è una fortuna riuscire a concentrarsi prevalentemente sul pallone. Forse all’egemonia «culturale» del calcio va data la benvenuta, perché riesce a distrarre e a far divertire milioni di persone, anche quando quest’ultime sono bombardate da notizie choc, o quando, più semplicemente, sono alle prese della routine quotidiana.

Sta di fatto, però, che solo in Italia il «tradimento» di un fuoriclasse ai danni di un club calcistico viene considerato più grave di un crollo in Borsa o di un aumento delle tasse.

Il pallone è il pallone, la vera - purtroppo - religione nazionale. Persino i giornali più orientati a difendere le ragioni del libero mercato, hanno avuto da ridire sulla vicenda di Higuaìn, trascurando una verità grande come una montagna, ossia che da questa operazione di mercato hanno guadagnato tutti: la Juve perché ha potuto ingaggiare un centravanti da Champions, Higuaìn perché il suo conto in banca si gonfierà più della rete quando lui va in gol, il Napoli perché ha venduto a una cifra astronomica un giocatore prossimo ai 30 anni.

Anche il trasferimento, in Olanda, della sede di Exor (la holding finanziaria degli Angelli cui fanno capo Fca, Ferrari ed altre attività) ha provocato reazioni più o meno analoghe a quelle suscitate dallo sbarco di Higuaìn nel sodalizio juventino. Anche in questo caso accuse di velato o plateale «tradimento», di ingratitudine nei confronti dello Stato italiano, e via infierendo.
Intendiamoci. Nessun sistema di mercato è perfetto. Non si contano le distorsioni, i privilegi, i monopòli che mortificano e beffano la libera concorremza. Ma quello del calcio, nonostante i suoi limiti, e i suoi paradossi, è il settore meno distante dal concetto di competizione: difficile diventare Messi o Cristiano Ronaldo a colpi di raccomandazioni, difficile vincere gli scudetti schierando i bidoni in campo. Solitamente prevale la squadra migliore.

Ora. Non si capisce perché - e ci riferiamo al caso Higuaìn - le regole del mercato non debbano valere anche nel rapporto tra un giocatore e la sua squadra di (momentanea) appartenenza. Non si può accettare il mercato solo a modiche dosi, o solo quando conviene. L’importante è non violare i contratti (già) stipulati. Né la competizione va benedetta quando consente a una piccola formazione come il Leicester di Claudio Ranieri di vincere il campionato inglese e va, invece, maledetta quando permette a una società pluriaffermata di ingaggiare i migliori top player.

Che facciamo: eleggiamo un Grande Inquisitore in grado di bloccare le compravendite dei calciatori in nome di una (presunta) moralità superiore, che consisterebbe nell’attaccamento, per forza, ai colori della squadra di partenza o di ripartenza?
Idem per Exor-Fca. Si legge: gli Agnelli e il loro top manager Sergio Marchionne hanno dato prova di grande insensibilità trasferendo nei Paesi Bassi la sede fiscale e legale del Gruppo. In passato, sostengono gli scettici, i governi italiani hanno più volte inviato a Torino vagoni di quattrini pur di risanare la casa automobilistica in crisi.

Va bene. La riconoscenza non è di questo mondo e i governi di ieri avrebbero fatto meglio ad astenersi nel varare quelle fatitiche politiche industriali fondate su incentivi a raffica, destinati per lo più ai migliori interpreti del cosiddetto capitalismo relazionale.
Ma l’attuale dirigenza della Fiat (a cominciare da Marchionne) non ha mai elemosinato aiuti pubblici, in Italia, per evitare l’eutanasia aziendale. Di conseguenza non si sente debitrice nei confronti di nessun benefattore, tra i protagonisti della politica romana. Marchionne ha risanato l’impresa, ha ricreato valore per gli azionisti, ha azzeccato i nuovi modelli di automobili. Per quale ragione, visto che le leggi glielo consentono, egli avrebbe dovuto rinunciare ai vantaggi di un regime fiscale più favorevole, com’è quello olandese?

C’è un solo sistema per evitare le fughe eccellenti dal suolo italico: ridurre la pressione fiscale e non mettere sabbia negli ingranaggi del mercato, pena l’emigrazione legal-fiscale di molte imprese, sulla falsariga della recente decisione degli Agnelli. Invece si preferisce continuare con la litania della politica industriale, solitamente, finora, prodiga di favori e contributi per le imprese amiche, specie se hanno elargito laute somme durante le campagne elettorali.

Morale. Il caso Higuaìn e il caso Exor confermano, se mai ce ne fosse bisogno, la difficoltà di accettazione, in Italia, delle più elementari leggi del mercato. Mercato che ha e avrà i suoi difetti, ma non può essere contestato sulla base di criteri moralistici o nel nome di ragionamenti sentimentali.

Giuseppe De Tomaso
detomaso@gazzettamezzogiorno.it

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