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storie di mala Confessa un omicidio ma non è condannabile

si riapre un «cold case» Il pentito Masciopinto per quel delitto fu definitivamente assolto

storie di mala Confessa un omicidio ma non è condannabile

Giovanni Longo

Ha dichiarato di aver ucciso Luigi Fanelli e di averne sotterrato il corpo, anche se sul luogo dove dice di averlo nascosto gli investigatori non hanno trovato alcuna traccia. Ma ormai assolto in via definitiva, non potrà più essere processato per quel delitto. Il pluripregiudicato barese Paolo Masciopinto, collaboratore di giustizia da alcuni mesi, si è autoaccusato dell’omicidio del militare scomparso nel 1997 all’età di 19 anni. «Gli ho sparato e l’ho ucciso e ho poi sotterrato il corpo», ha detto. Su indicazione di Masciopinto i Carabinieri nei mesi scorsi hanno cercato il corpo del ragazzo, senza tuttavia riuscire a trovarne i resti nel luogo suggerito dal pentito, che è il nipote del boss - pure lui collaboratore di giustizia - Antonio Di Cosola.

Il Pm Antimafia di Bari che ha raccolto la confessione, Carmelo Rizzo, sta valutando come approfondire le sue dichiarazioni e se ci sono i margini, in qualche modo, per riaprire il caso. Ovviamente la vicenda è seguita con grande attenzione dai familiari di Luigi. La sua foto in tuta mimetica, con il volto sorridente, lo sguardo fiducioso verso il futuro sembra essere stata scattata ieri. Lucia Petrone, madre di Luigi, da anni conduce una battaglia per la verità. «Appare chiaro che l’uccisione fu un delitto perpetrato da un’organizzazione malavitosa, che dispiegò ogni mezzo per far scomparire il corpo, per eliminare le prove e per depistare le indagini», osserva l’avvocato Michele Carofiglio che assiste i famigliari della vittima. «Non fu un delitto conseguenza di una lite - prosegue - ma una esemplare punizione di chi si oppose alla prepotenza di un clan. La famiglia chiede che venga fatta piena luce e vengano individuate le responsabilità delle tante persone coinvolte nel delitto. Prioritario è il ritrovamento e il recupero dei resti di Luigi che i suoi assassini continuano a tenere nascosti».

Una vicenda dolorosa, un’inchiesta complicata. La Procura chiese inizialmente l’archiviazione. Poi, a distanza di anni, nel 2003, l’allora Pm Antimafia Gianrico Carofiglio ottenne dal giudice delle indagini preliminari la riapertura del caso prima e poi - nel febbraio 2003 - l’arresto di Paolo Masciopinto e di altri due imputati. L’indagine-bis sfociò nel rinvio a giudizio. Nell’estate 2006, la Corte di assise condannò Masciopinto e un altro imputato a 18 anni di reclusione ciascuno per omicidio preterintenzionale e assolse (e liberò) il terzo uomo. Il processo di appello si concluse, il 5 giugno 2007, con l’assoluzione anche di Masciopinto «per non avere commesso il fatto». La sentenza confermava anche l’altra assoluzione. Un provvedimento che ha retto in Cassazione. Assoluzione definitiva, caso irrisolto.

Secondo la ricostruzione dei fatti ipotizzata dalla Procura, la sera di venerdì 26 settembre 1997, Luigi Fanelli, libero dal servizio grazie a un permesso di due giorni, si fece accompagnare da un amico a un pub al quartiere San Pasquale, per parlare con la fidanzata dell’epoca. Fanelli - sempre secondo l’accusa - la affrontò dapprima a parole, poi le avrebbe dato uno schiaffo. Il motivo: gelosia, dovuta alla presunta amicizia della ragazza con un imputato.

Mascipointo, confessando, pur avendo descritto modalità in parte diverse, avrebbe anche confermato a grandi linee il movente: uno schiaffo di troppo alla persona sbagliata. Ma, ripetiamo, il cadavere non è stato ritrovato. Non c’è pace per Fanelli.

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