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Attenti alle parole di plastica stanno distruggendo l'italiano

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di GINO DATO

Leggiamo quasi niente. Scriviamo quasi molto. E la scrittura sciatta o burocratica o sgrammaticata è sempre in agguato nelle relazioni che tessiamo, a scuola o sul lavoro, una sorta di trabocchetto nel quale cadiamo e che misura il nostro carattere e la nostra cultura. Perciò dobbiamo Scrivere bene, come titola il saggio che Bianca Barattelli ha firmato per l’ Universale Paperbacks del Mulino. Docente di italiano e latino nei licei, l’autrice ci offre pagine ricche di regole e consigli.

È vero, come sostiene qualcuno, che si è tornati a scrivere di più oggi? Che anche le occasioni per scrivere si sono moltiplicate? E perché?

«Viviamo in un’epoca in cui si scrive moltissimo, e rispetto al passato la scrittura – grazie alla tecnologia – è diventata un’attività quotidiana alla portata di tutti anziché un privilegio per pochi: mail, sms, chat, instant messaging (basti pensare al successo di Whatsapp, Messenger e simili), forum di discussione, social network. Le forme di scrittura però sono più veloci, di conseguenza meno sorvegliate. La tolleranza per l’errore e l’imprecisione è più alta, e nella cosiddetta scrittura digitata si ricorre molto spesso alle forme del parlato».

Ma si legge meno, senza dubbio. L’abitudine alla lettura aiuta a scrivere meglio?

«Leggere molto, e leggere di tutto, è di certo un ottimo punto di partenza per scrivere meglio: fornisce idee, strutture argomentative, parole. Da sola però la lettura non basta: per imparare a scrivere bisogna scrivere, con pazienza e costanza, e l’ideale è avere qualcuno che corregga, o almeno segnali quello che non va, nella nostra scrittura: da soli non riusciamo a vedere tutto quello che è da migliorare, anche perché vediamo con gli occhi dell’affetto quello che ci è costato tanta fatica e quindi (in buona fede) siamo alquanto indulgenti».

Quali sono le ragioni per cui gli standard di scrittura stanno peggiorando?

«Abbiamo già parlato di velocità e superficialità indotte dal mezzo con cui scriviamo. Dobbiamo anche dire che una volta la letteratura, i giornali e la tv – che è stata fattore determinante nel rendere la lingua italiana patrimonio di tutta la nazione – offrivano un modello di lingua da seguire, oggi non è più così. Molta letteratura riproduce il parlato: questo va benissimo se ricercato consapevolmente per ragioni stilistiche, però un ragazzo che a scuola scrivesse come Niccolò Ammaniti (autore di successo e molto amato specie dai giovani) non incontrerebbe l’approvazione del suo insegnante di italiano. Giornali e televisione, dal canto loro, propongono spesso una lingua sciatta, intrisa di regionalismi, e rimbalzano – amplificandoli – errori e luoghi comuni, quelli che i linguisti chiamano “plastismi”».

Una lingua di plastica?

«La lingua di plastica è sempre uguale, del tipo “severo monito, giro di vite, salto nel buio”, ama i paroloni che fanno effetto senza conoscerne bene il significato: un grande cambiamento può essere un “cambiamento epocale”, invece, quando va bene, viene chiamato iperbolicamente (e con inconsapevole tragicità) “tsunami”, quando va male, diventa “un cambiamento a 360°”, che sembra il doppio di 180° ma vuol dire il contrario. Abbiamo sempre meno modelli di buona lingua scritta, ma siamo sommersi da quella che Calvino chiamava l’antilingua, l’italiano burocratico: e per molti, scrivere in burocratese è garanzia di bontà. Pensiamo alla diffidenza verso il verbo “fare”, sostituito da “effettuare” o “eseguire” a volte in modo del tutto casuale: mi è capitato di vedere che da un fioraio “si eseguono composizioni di fiori” (come se fossero composizioni musicali) o che in un bar “si effettuano panini”».

Nell’analizzare uno scritto quali sono gli errori che non bisogna commettere?

«La prima regola è rispettare la correttezza della lingua. Non bisogna però dimenticare l’importanza di una solida architettura del testo, che metta insieme chiarezza, logica e consequenzialità. Poi bisogna osservare il galateo della comunicazione e sapere bene qual è il registro linguistico adeguato. Per spiegare questo aspetto, si ricorre spesso alla metafora dell’abbigliamento: non si va a una cerimonia in tuta da lavoro o in officina in abito da sera; allo stesso modo, non si deve scrivere in modo colloquiale a uno sconosciuto e nemmeno in tono marzial-burocratico al professore universitario con cui facciamo la tesi. Ancora, va evitato il turpiloquio scambiato per forma di espressività: se ci pestiamo un dito con il martello siamo autorizzati a dire una parolaccia, se scriviamo invece la parolaccia diventa pesantissima e ci squalifica».

Imperversa la volgarità?

«Nota assai dolente sul web: ci sono post che in poche righe concentrano valanghe di volgarità ingiustificabili, spesso accompagnate da gravissimi attentati alla grammatica: il che la dice lunga sull’identikit socioculturale degli autori di tali prodezze. Infine, anche l’occhio vuole la sua parte: la presentazione formale, dal colore dell’inchiostro al carattere che scegliamo, va curata anch’essa con attenzione perché può valorizzare il testo ma anche comprometterlo; un curriculum vitae magari interessante ma dalla forma non impeccabile verrà cestinato senza pietà».

Quali sono i consigli per migliorare la scrittura?

«Scrivere, scrivere, e ancora scrivere: con tutto il tempo per progettare, scrivere, rileggere e correggere, e con molta umiltà nel cercare e recepire le critiche costruttive e i consigli di chi ci fa il regalo di dedicare tempo ed energie alla causa della nostra scrittura, dall’insegnante di italiano della scuola al lettore-cavia, qualcuno che si presta a leggere e commentare il frutto dei nostri sforzi. E poi consolidare le conoscenze linguistiche attraverso buone letture e ricorso a grammatiche e dizionari per risolvere dubbi e criticità o ampliare il proprio patrimonio lessicale. Ma attenzione a non scegliere a caso tra i sinonimi, mai intercambiabili, solo perché una parola ci piace più di un’altra. Sarebbe poi bene che la scuola – dove si dovrebbero acquisire gli strumenti della cittadinanza – recepisse con maggiore disponibilità le esigenze del mondo esterno e affiancasse alle forme e situazioni di scrittura tradizionali, utili per “sciogliere” la penna ma tendenzialmente innaturali, quelle che hanno un’utilità pratica come il curriculum vitae o la mail: a scuola ci si va per imparare e lì è concesso sbagliare, il mondo del lavoro e la vita spesso invece non perdonano il minimo errore».

La scrittura rimane uno strumento di potere?

«Direi proprio di sì: don Milani diceva che è la lingua che ci fa uguali, ma lo svantaggio linguistico purtroppo penalizza ancora molti, soprattutto quelli che sono convinti di saper scrivere e invece mettono insieme, non avendo mezzi espressivi propri, cliché e paroloni orecchiati da altri spesso senza nemmeno comprenderli. Viceversa, chi ricopre posizioni di potere e chi dovrebbe essere al servizio del cittadino usa spesso la parola scritta per far sentire il peso della sua autorità e incutere soggezione, oppure per manipolare e mistificare la realtà. Molto è stato fatto per semplificare la lingua nei rapporti tra stato e cittadini, ma la strada è ancora lunga: l’Azzeccagarbugli purtroppo è ancora tra noi».

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