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dietro le quinte

Inchiesta al «Petruzzelli»
il giallo di due casseforti

L'ex direttore amministrativo le comprò poco prima dell'arresto

Inchiesta al «Petruzzelli»  il giallo di due casseforti

di Giovanni Longo

BARI - A fine 2015 i rumors sull’inchiesta erano sempre più assordanti. Proprio allora, mentre la Procura, come si sarebbe appreso a metà gennaio con i clamorosi arresti, stava per chiudere il cerchio sul presunto giro di mazzette in cambio di appalti, l’ex direttore amministrativo del Petruzzelli, Vito Longo, comprava due casseforti. Il sospetto, al vaglio degli inquirenti, è che le abbia acquistate pure con i soldi della Fondazione. Nulla di penalmente rilevante, almeno per ora, sia chiaro. Chiunque è libero di comprare dei forzieri per custodire ciò che ritiene più prezioso, mettendolo al riparo da ladri e malviventi. Ma la circostanza, alla luce dell’inchiesta in corso, appare è quanto meno curiosa. Specie se si considera che la Procura sta spulciando tra i conti e disponibilità economiche del principale indagato.

Agli agenti della Digos della Questura che si presentarono nella sua abitazione per eseguire l’ordinanza di custodia cautelare ai domiciliari con l’accusa di corruzione, certo non potevano sfuggire non uno, ma addirittura due forzieri. Longo li avrebbe acquistati giusto poche settimane prima dell’arresto. Non che sia un reato, ci mancherebbe. Anche perché, una volta aperte, si è scoperto che non custodivano in realtà nulla di significativo dal punto di vista delle indagini. All’interno non c’erano contanti fruscianti, per intenderci, ma solo dei documenti personali.

L’aspetto economico dell’affaire Petruzzelli è stato delegato dal pm Fabio Buquicchio, titolare del fascicolo, ai finanzieri del Nucleo di polizia tributaria del comando provinciale. Specie dopo che due dei quattro fornitori del teatro, anche loro finiti ai domiciliari con Longo, hanno deciso di parlare. Grazie alle loro dichiarazioni le lancette dell’orologio sulle presunte mazzette che l’ex direttore amministrativo avrebbe intascato, si sono di fatto spostate indietro nel tempo. Lo scenario, infatti, si sarebbe allargato rispetto ai sette episodi documentati in diretta dalle telecamere installate dalla Digos nello studio di Longo in pochi mesi tra settembre e dicembre 2015.

In particolare durante gli interrogatori, assistiti dai propri legali, i due imprenditori, titolari delle società che dal 2013 al 2015 hanno ottenuto dalla Fondazione gli appalti per le pulizie (la «Chiarissima società Cooperativa» di Delle Noci) e per il servizio di facchinaggio (la «Scav» di Armenise), hanno raccontato a inquirenti e investigatori di aver corrisposto a Longo cifre fra i 2 e i 5mila euro mensili, a volte in percentuale sul valore dell’appalto (fino al 30 per cento), altre volte come un fisso su ciascuna fattura. Subito dopo sono stati scarcerati.

Gare frazionate - sostiene l’accusa - per evitare procedure pubbliche. In questo modo ci sarebbero stati margini di manovra più ampi per favorire gli imprenditori «amici». Nel mirino, ricordiamo, sono finite le forniture per le luci, i servizi di pulizia, trasporti e facchinaggio.

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