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di Tiziana Colluto

LECCE - Soffiava vento da nord-est, in quei giorni del 1986. Una tramontana di primavera. Quattro giorni, dal 29 aprile al 2 maggio. Quattro giorni, che hanno portato l’incubo radioattivo su tutta l’Italia, Salento compreso. Chernobyl non ci ha risparmiato.

Trent’anni dopo, ne abbiamo la certezza: mappe, relazioni tecniche, simulazioni. Il disastro nucleare più importante del mondo si è trascinato fin qui. Quali siano state le conseguenze non è dato saperlo. Nessuno lo ha mai accertato.

Di certo c’è che la nube tossica che si è sprigionata nella notte del 26 aprile 1986 ha stazionato sulla Puglia meridionale per una settimana intera. Dal 2 al 9 maggio. Sette giorni. Nel frattempo, da domenica 4 maggio, il vento era tornato a spirare da sud e ha riportato verso l’Europa settentrionale la massa della catastrofe.

È stato l’Istituto francese per la radioprotezione e la sicurezza nucleare (Irsn), cinque anni fa, a elaborare l’andamento di quella nuvola radioattiva, contenente «cesio-137»: quel venerdì 2 maggio, si è avvicinata man mano dai Balcani, ha superato l’Adriatico, intorno alle ore 19 ha inondato il cielo del Salento. Non si sa se è piovuto, in quei giorni. E questo è un particolare fondamentale: la pioggia ha trascinato gli elementi radioattivi fino al suolo. Di sicuro, il portale Humus, che raccoglie mappe tematiche sulla contaminazione proveniente da Chernobyl, conferma i timori. È come una radiografia in bianco e nero del vecchio continente: ogni due giorni, uno scenario nuovo. E anche stavolta l’arrivo della nube il 2 maggio, con il picco di concentrazione più elevato sul Leccese il 4.

Cosa è rimasto sul terreno? Una testimonianza è data dalla perizia svolta dai consulenti tecnici nominati dalla Procura di Lecce per accertare se, nel poligono di Torre Veneri, a Frigole, ci fossero tracce di Uranio impoverito. Gli accertamenti lo hanno escluso, il fascicolo è stato archiviato, ma «è stata riscontrata, limitatamente alle sabbie, la presenza di cesio-137, proveniente dalle ricadute dei test nucleari condotti negli anni ’60 e dall’incidente di Chernobyl». Questo è stato messo nero su bianco. I valori riscontrati, ad ogni modo, non hanno superato i limiti di legge.

Stesso copione anche ad Andrano, dove due anni fa è stata rilevata l’anomala presenza di picchi di radioattività pari a 0,8 microsievert/h, giusto un’unghia in meno rispetto al limite da codice rosso attestato a 1.00 microsievert/h.

«Caratteristiche geologiche del sito», aveva spiegato Arpa Puglia. Ma c’era anche il cesio: per l’Agenzia regionale per la protezione dell’ambiente, sarebbe frutto dell’esplosione della centrale nell’ex Urss.

Ieri, sono passati trent’anni da quell’incidente. Alcuni scienziati, esiliati dall’Ucraina, continuano a dire che «Chernobyl non è finita, è appena iniziata».

Per buona parte degli anni Novanta, ogni centro del Salento ha accolto i “bambini di Chernobyl”, in quelle specie di colonie estive, che servivano a far respirare loro aria buona. Nel frattempo, tutti, un po’, sono stati toccati: nel 1987, al meeting della American Nuclear Society, è stato stimato che in Italia, nei primi due mesi post disastro, la dose individuale media di radioattività assorbita dai cittadini oscillasse dai 90 ai 500 microSiviert (mSv). È come se ognuno fosse stato sottoposto dalle 4 alle 25 radiografie inutili al torace, con relativa esposizione radioattiva.

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Commenti all'articolo

  • rossini

    28 Aprile 2016 - 07:43

    Ma se è così. Se è vero che il Salento, e immagino anche il contiguo territorio tarantino, è stato sovraesposto alle radiazioni di Chernobyl all'epoca dell'incidente, non è che l'aumento di tumori, di cui si favoleggia e che si attribuiscono all'Ilva o alle centrali elettriche, sono imputabili all'esplosione della centrale nucleare?

    Rispondi

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