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Bari, due anni dopo la tragedia

«Il mio bimbo morto senza perchè»
Mamma cerca verità sul figlio

grazia cassano e il marito

RITA SCHENA

BARI - «Ieri dovevo festeggiare i due anni di mio figlio, invece sono due anni che lo piango». La voce di Grazia Cassano è ferma mentre racconta del suo bambino, Anthony, nato il 10 aprile del 2014 e morto dopo appena due giorni, senza un perché. Ed è proprio questo vuoto, che né l’autopsia né due indagini sono riuscite a colmare, a far disperare i suoi genitori.
«Vengo ricoverata all’ospedale San Paolo di Bari per un parto cesareo programmato – racconta la signora Grazia che è di Modugno – già il mio primo figlio era nato con il cesareo. Ho 34 anni (32 alla nascita di Anthony) e una gravidanza assolutamente tranquilla». Il bambino nasce senza alcuno sforzo, un bel neonato di quasi tre chili e mezzo.


«La pediatra il giorno dopo si viene quasi a complimentare con me, mi dice che è un bellissimo bambino, così vigoroso da non aver quasi fatto calo fisiologico: alle 24 ore dalla nascita aveva perso solo centro grammi». Una gioia per tutti, ma già quell’11 aprile la mamma nota qualcosa di strano: ad un certo punto il piccolo Anthony nella sua culletta ha come qualche problema a respirare.
«Nella stanza del reparto di Ostetricia eravamo in quattro mamme: tre con i loro piccoli già nati, una quarta in attesa – continua Grazia -. La culla del mio Anthony era al fianco del mio letto e accanto ad un termosifone bollente. Visto questo strano respiro la mia vicina di letto, che ancora non aveva partorito, mi suggerisce di spostare la culla tra lei e me». Ma la signora partorisce poco dopo, in serata arriva anche il quarto bambino, a questo punto la culla di Anthony viene riposizionata vicino al termosifone. «Ho chiesto che il bambino venisse messo ai piedi del mio letto, ma mi hanno risposto che non era possibile».

Anthony comunque sta bene: alle 23 dell’11 aprile fa la sua ultima poppata e si addormenta. Alle 5 del mattino successivo si sveglia piangendo. «Penso che abbia fame, così lo prendo e lo attacco al seno. Si tranquillizza, lo rimetto in culla ma dopo appena un quarto d’ora riprende a piangere in maniera strana. Penso a delle colichette gassose e cerco di alzarmi dal letto per portare il piccolo al nido del reparto. Mi muovevo lentamente, avevo i punti di sutura».

A questo punto la situazione precipita. «Mi sono appena messa in piedi che vedo mio figlio smettere di piangere e serrare le labbra, era come non respirasse. Mi sono precipitata al nido bussando per avere aiuto». Al nido il piccolo viene preso in consegna da un’infermiera e la puericultrice di turno, il momento è particolarmente concitato, la mamma di Anthony comprensibilmente agitata.

«Mi prendono il bimbo dalle braccia e lo attaccano ad un macchinario per verificare il battito del cuore. Mi dicono di uscire dalla stanza, ma io anche da fuori sento quello che accade. L’infermiera grida alla puericultrice di chiamare la pediatra, la puericultrice risponde che non la trova». A questo punto qualcosa diverge tra le testimonianze rese dal personale medico ed infermieristico del reparto e i ricordi di Grazia. «La pediatra è arrivata circa mezz’ora dopo, alle 6 del mattino, nella stanza dove si affannavano con il mio bambino. Gridavano che non avevano il sondino, che non trovavano l’acqua fisiologica. Io urlavo come una pazza che qualcuno mi aiutasse, che qualcuno salvasse il mio Anthony».

Dalle testimonianze resa a verbale dalla puericultrice e dall’infermiera, agli atti nell’indagine avviata dall’ospedale dopo la morte del bambino invece, risulta che la pediatra arriva dopo pochi minuti, insieme ad un cardiologo, una rianimatrice ed un radiologo, tutti che provano a soccorrere il bambino. Il cuoricino del piccolo Anthony smette di battere alle 6.35 del 12 aprile. E’ vissuto appena due giorni.
«Dopo qualche minuto di silenzio aprono la porta. Io e mio marito eravamo annichiliti dalla paura. Ci fanno entrare nella stanza e i medici ci dicono che hanno fatto il possibile, che sono spiacenti, ma che il bambino è morto. Parlavano come se fosse morto un cane. Io sono svenuta». La voce della signora Cassano freme dal dolore e dalla rabbia. «Ancora oggi, dopo l’autopsia e due indagini (entrambe chiuse senza aver riscontrato alcuna responsabilità medica, ndr.) io non so perché il mio bambino è morto. Non è possibile. Io voglio risposte. Non è come dicono loro».
L’autopsia fatta dopo due giorni sul corpicino del piccolo Anthony non rileva nulla che possa spiegare il decesso. I primi accertamenti fatti presso Medicina legale dell’Università di Bari, dal prof. Alessandro dell’Erba escludono «grossolane condizioni estrinseche» affermando «che si è trattato di causa patologica naturale».
Due inchieste non portano a nulla, anche se la mamma di Anthony denuncia la scomparsa di un copricuscino con alcune tracce di sangue, tempi di soccorso diversi da quelli scritti nella cartella clinica. Per Anthony non ci sono risposte. Una morte in culla.
«Un medico ha ipotizzato che il mio bambino sia rimasto vittima di ipertermia. Mi ha detto che messo in acqua fredda poteva sopravvivere. Un altro mi ha detto che il mio Anthony è morto perché doveva morire. Che motivo è questo? Io voglio la verità».

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