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L'intervista

Abbattere Punta Perotti?
«Ho fatto solo il mio dovere»

L'amarcord di Michele Emiliano dieci anni dopo la demolizione dell'ecomostro

Abbattere Punta Perotti? «Ho fatto solo il mio dovere»

di Ninni Perchiazzi

Aprile 2006-aprile 2016, a dieci anni dalla demolizione dell'ecomostro, cancellato dall'orizzonte del litorale sud cittadino grazie a tre appuntamenti ravvicinati con la dinamite (il 2, 23 e 24), ripresi e raccontati con dovizia di particolari anche dai media stranieri. Il presidente della Regione, Michele Emiliano, allora sindaco, fu uno dei protagonisti finali di una vicenda controversa e ancor oggi dibattuta.

Cosa ricorda di quei giorni?

«L'abbattimento di Punta Perotti, come in altre vicende simili della mia vita, lo considero soprattutto un atto di lavoro. Un po’ come la sentenza del primo maxi processo alla mafia di Brindisi o come l'esame di maturità. Queste, come altre giornate particolari della mia vita, sono nella mia memoria come prove per le quali mi è stato chiesto di fare il mio dovere e alla fine ho potuto dire con soddisfazione: c'è l'ho fatta».

Subito una precisazione. «Io non sono tecnicamente un ambientalista, non arrivo alla vicenda di Punta Perotti, alla bonifica Fibronit o al referendum contro le trivelle perché immerso in una esperienza ambientalista. Certo ho una grande simpatia per questo mondo, ma non è certo il mio posto. Certo, provo delle emozioni quando vedo una fabbrica efficiente, per la ricostruzione del Petruzzelli oppure quando vedo realizzata un'opera pubblica come il ponte dell'Asse nord-sud, certo un'opera impattante ma fondamentale per la città. La mia però non è una visione ambientalista sacra, perché se occorre fare sacrifici per il territorio come sarà per la ferrovia Bari-Napoli, non mi tirerò indietro. E non sarà una passeggiata».

È stato anche premiato per la demolizione di Punta Perotti.

«A Mantova, ho ricevuto il premio Federico Zeri alla bellezza. Oliviero Toscani (il noto pubblicitario che era nella commissione di valutazione, ndr) recentemente mi ha ricordato di essere stato l'unico a ricevere un premio dedicato all'architettura per una demolizione. Ho poi ricevuto anche il Panda d'oro del Wwf».

Che valenza ha avuto l'abbattimento? A destra dicono che lei abbia voluto compiacere la frangia radical chic cittadina, a sinistra lo intendono come un segnale di stop al modus operandi di certa imprenditoria barese. Lei che dice?

«Io non sono mai stato nelle piene simpatie dei radical chic baresi, sono stato croce e delizia. Anzi più croce che delizia. Allo stesso modo, non mi sono mai messo di punta contro l'imprenditoria di questa città, con cui anzi abbiamo trovato un equilibrio intelligente per fare il nuovo piano regolatore cittadino. Il mio gesto non aveva uno scopo, non era contro qualcuno. Io ho solo dato adempimento ad una sentenza passata in giudicato, altrimenti avrei commesso il reato di omissione. Chiunque la racconti in altro modo dice cose sbagliate. Avevo un obbligo e non c'era ragione di non adempiere».

Bari però 10 anni fa è diventata un simbolo nazionale.

«Certo da quel giorno tutti hanno capito in città che le leggi si devono rispettare. È una cosa fondamentale. In ogni caso, ho vissuto il dolore dei costruttori. I giorni della demolizione per me sono stati uno choc molto forte, perché non è bello vedere sfumare in un secondo tutta quella ricchezza, che però era stata impiegata male».

Cosa è cambiato da allora?

«È cambiato che abbiamo rilanciato l'attività edilizia in città ma rispettando il piano regolatore, ponendo fine ad anni di illegalità e forzature urbanistiche. Dopo punta Perotti c'è stata la trasformazione di chi era considerato un palazzinaro, che invece è diventato l'autore della riqualificazione delle periferie. E poi abbiamo dato inizio al processo di stesura del Pug che mi auguro venga varato al più presto».

Secondo lei il messaggio è stato recepito?

«Le imprese sì, aiutate, si fa per dire, anche dalla crisi. È finita l'epoca delle grandi lottizzazioni, è cambiato il mondo. Ora ci sono riqualificazione e il riuso del territorio. In città l'edilizia è sotto controllo, i prezzi sono calmierati e l'attività rilanciata. A Japigia, abiamo fatto sorgere un quartiere di 15mila abitanti da zero. È una grande soddisfazione».

Tornasse in dietro di 10 anni rifarebbe tutto allo stesso modo o cambierebbe qualcosa?

«Farei tutto allo stesso modo. Cambierei solo una cosa. Di fronte al rifiuto dei costruttori di adempiere spontaneamente alla sentenza di abbattimento, avrei dovuto insistere maggiormente affinché lo facessero. Ci abbiamo provato per un anno, invano. Avremmo evitato tanti scontri che ricordo con dolore. È l'unico mio rammarico».

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